Leopardi e l'infinito

Infinito

Cos’è l’Infinito?

l’Infinito è l’invenzione dell’intelletto umano che più di altre lo ha affascinato e portato alla ricerca di risposte sempre nuove. L’uomo, infatti, ha sempre cercato di spiegarsi l’Infinito, non riuscendo però ad individuarlo in nessuna delle cose terrene, in nessuna delle cose certe. Come si potrebbe, infatti, riconoscere tra le cose reali ciò che già nel suo porsi è negazione di se stesso? Proviamo a guardare l’Infinito per come si mostra:

In – finito, senza fine, quindi senza inizio. Quindi?

  1. Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
  2. E questa siepe, che da tanta parte
  3. Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
  4. Ma sedendo e mirando, interminati
  5. Spazi di là da quella, e sovrumani
  6. Silenzi, e profondissima quiete
  7. Io nel pensier mi fingo; ove per poco
  8. Il cor non si spaura. E come il vento
  9. Odo stormir tra queste piante, io quello
  10. Infinito silenzio a questa voce
  11. Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
  12. E le morte stagioni, e la presente
  13. E viva, e il suon di lei. Così tra questa
  14. Immensità s’annega il pensier mio:
  15. E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Senza dubbio, il paesaggio “più leopardiano”, nella mente di svariate generazioni di lettori, è l’Infinito, cioè quello celeberrimo visto dal monte Tabor (oggi Colle dell’Infinito), che subito lega questo tema a quello della felicità e del piacere, sia pure colto nella dimensione del fantasticare: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Questo “piccolo Idillio” è composto dal Leopardi all’età di circa vent’anni, probabilmente nel 1819, quando ormai egli è già consapevole della sua condizione fisica e psicologica e dei suoi rapporti con il mondo esterno. Egli, infatti, incontra avversioni da tutte le parti, niente e nessuno gli portano gioia. La sua vita è oppressa dalla famiglia, che lo considera un saccentuzzo, ma soprattutto dalle sbarre della sua prigione, la città stessa di Recanati. Una prigione dalla quale egli può scappare solo col pensiero, con la forza immaginativa della sua mente. La sua pace, che proprio così non si può chiamare, è la solitudine del colle, del monte Tabor, dove egli riesce a dar sfogo a tutta la sua immaginazione, fino ai temi dell’Infinito. È proprio su questo colle che egli viene a mirare la luna, ma ora, su questo colle, egli viene a trovare un po’ di felicità, di benessere con se stesso. E così, dalle cose che la vista gli offre, la siepe, e dai rumori che il suo udito gli pone, egli riesce ad immaginarsi un mondo che non esiste, un mondo che vive soltanto nella sua immaginazione, un mondo che solo lui “si finge”. La siepe gli toglie dallo sguardo l’orizzonte, ed egli allora si rifugia nel profondo della sua mente, pensando a spazi interminati che si dispiegano al di là di quella; e il vento che muove le fronde lo porta ad un infinito silenzio, lo porta indietro al tempo delle stagioni passate, e alla stagione presente, che per lui purtroppo sarà la stagione nel mezzo del cammin della sua vita. Ma il dolce pensiero di questa sterminata immensità è per lui come il riposo del pensiero, dove questo “s’annega”, s’abbandona, come un naufrago in balìa di un mare infinito.

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