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  1. #1
    fu "Red il micino"
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    Frammenti di incubi
    Eccomi tornato nella forma in cui molti mi conoscono.
    Quella dell'appassionato per la scrittura.

    Spero mi sia realmente possibile, non per volontà, ma per forza emotiva, tornare presto con un "racconto/libro" a puntate.

    Il titolo è INCUBI (Realtà).
    E sarà basato su fatti realmente accaduti.
    Una denuncia perché simili atti smettano di accadere.

    Nel frattempo mi piacerebbe condividere con voi uno stralcio già scritto di getto.
    L'ho scritto in fretta da un ricordo appena narratomi da una persona. E' una storia vera, con un po' di fantasia. Ma purtroppo la fantasia fa solo da dolce contorno.
    Se del dolce c'è.
    Non è una storia dolce ne a lieto fine.
    Purtroppo è un avvenimento reale di cruda realtà.
    Una denuncia silenziosa al male che l'uomo può fare.

    I nomi sono stati cambiati E NON SONO REALI E NON FANNO RIFERIMENTO A NESSUNA PERSONA CON EVENTUALI NOMI SIMILI O UGUALI ESISTENTI.
    Ma la famiglia di cui vi parlerò esiste davvero... Altri nomi... Altro cognome.
    All'interno di questa storia troverete personaggi "simbolici" quali "l'uomo trasparente" di questa storia.
    Capirete strada facendo. Vi presento la piccola Silvia. Alla quale voglio molto bene.


    LA PICCOLA SILVIA AL BOSCO
    Nella fase di permanenza in Germania le forme di tortura potevano essere scatenate dai fatti più insoliti, apparenti poli opposti a delle situazioni che potevano presagire violenza. Ma d'altronde da Mimmo ed Ada ci si poteva aspettare qualunque cosa ed i loro armadi ricchi di strumenti del male potevano aprirsi in qualunque momento. Era primavera. Mimmo Simoni sapeva che quello era il periodo giusto per trovare i prati ricchi di una prelibatezza succulenta. Quella che lui chiamava“cicoria selvatica”e che d’altronde da molti così era così conosciuta in Italia allora come oggi. In realtà molti la chiamano anche “dente di leone”, uno degli pseudonimi più usati per definire quello che in realtà è il tarassaco officinale. Questa pianta cresce in modo spontaneo sia nelle zone di pianura che in collina. La si può trovare anche in alta montagna. E più facile trovarla negli spazi aperti, dove le zone sono soleggiate o appena ombreggianti. I prati incolti sono la sua casa ideale come i sentieri e le strade di campagna.Sui sentieri che si inerpicavano nei dintorni immersi nel paesaggio naturale di Schwenningen, nel verde più vero, puro e silenzioso cresceva una cicoria meravigliosa, profumata e buona. Mimmo questo lo sapeva e quel giorno aveva una gran voglia di cicoria. Magari un po’ in insalata e un po’ come ai vecchi tempi, saltata in padella con knoblaucht (aglio) und chili pfeffer(peperoncino). Era pure l’occasione buona di avere per un po’ la casa libera per trascorrere qualche momento di piacere con Ada. D'altronde quale migliore circostanza? Sara era stata incaricata di ripulire a fondo la soffitta e togliere tutte le ragnatele e la polvere, e sapeva bene che non doveva uscire da lì fino a che non avesse finito il lavoro a regola d’arte. C’era il sole quel giorno ed il pomeriggio era gradevole. Chi se non i ragazzi potevano andare a farsi una bella passeggiata lungo il sentiero verso il bosco e raccogliere un po’ di cicoria? Così avrebbero preso anche un po’ d’aria e nessuno, amici o vicini, si sarebbe potuto lamentare che i suoi figli stavano sempre chiusi in casa. Mimmo aprì un cassetto della credenza in cucina e tiro fuori tre piccoli sacchetti di plastica dal mucchio che in esso via era contenuto. Poi si preparo a chiamare a raccolta gli altri 3 figli. Silvia era in cucina e stava seduta per terra con una vecchia pentola tra le mani ed un consumato cucchiaio di legno. Nella sua testolina il cucchiaio di legno non evocava bei ricordi. Avrebbe voluto sbatterlo un po’ sul lato della pentola per provare a “suonare” come faceva quel vecchio in piazza il sabato mattina. Era un signore piccolo e con le guance sempre rosse, vestito tutto colorato. Batteva forte dei legni su una cassa rotonda mentre con la bocca muoveva un aggeggio piccolo fissato al collo con una specie di attrezzo di metallo.Lo strumento, quello che lei non sapeva essere un’armonica a bocca, produceva una melodia meravigliosa. Era bello ascoltarlo il sabato mattina, in piazza, vicino al mercato. C’erano anche altri bambini e sorridevano tutti, alcuni da soli, alcuni con mamma o con papà, altri con entrambi. Ogni tanto qualche genitore veniva amorevolmente a riprendersi il figlio, se lo aveva lasciato lì da solo a dilettarsi, lo prendeva con dolcezza e se lo metteva sulle spalle. Silvia invidiava quei bimbi. Erano così sereni. E le loro mamme ed i loro papà li accarezzavano e parlavano loro con dolcezza. Degli amabili sussurri che lei non conosceva. Anzi, ogni volta che vedeva il vecchio suonare stava tutto il tempo con il cuore in gola che le batteva forte e si guardava in torno sperando che potesse durare. Perché lei non aveva il permesso di andare dal vecchio il sabato mattina. Allora quando poteva e trovava il coraggio scappava di corsa con l’ingenua e lesta furbizia di un cuore tenero.Lo faceva non appena riusciva a sfuggire da suo padre Mimmo stando accorta di farlo mentre lui era intento a fare acquisti tra le bancarelle del mercato. Scappava e andava nella direzione della musica, si metteva in mezzo ai bambini ed ascoltava, confidando che il sogno durasse almeno un po’, quel tanto da poter sorridere. Ma ogni volta sul più bello arrivava Mimmo e la portava via dal sogno strattonandola con forza. Ecco perché stava con il cuore in gola non appena arrivava dalla sua breve fuga al luogo dei suoi sogni. Non appena giungeva le sembrava sentirsi ogni volta quel fiato sul collo, quel brivido sulla schiena. Si girava intorno e mentre il vecchio suonava vedeva grandi e piccoli dai volti radiosi e spensierati. Non vedeva lui ma ne sentiva il respiro, ne sentiva la presenza. Musica, allegria, la tenera atmosfera festosa di un sabato. Era sempre così non appena la tensione si diradava quel tanto da poter allentare i muscoli del viso che bastava un attimo e se lo trovava improvviso davanti. Suo padre quando era arrabbiato aveva uno sguardo che faceva paura, una paura che si trasformava in dolore, un dolore che ogni volta diventava tortura.Infatti poi a casa c’era immancabile la punizione. La pena da scontrare per l’affronto della disubbidienza.L’incontro con il cucchiaio di legno. Non quello che aveva in mano lei, uno più grosso. Faceva male quel cucchiaio, soprattutto quando la colpiva in testa, sulla schiena e sul collo. Lei piangeva e diceva “basta, scusa, non lo faccio più …”. Avrebbe detto qualunque altra cosa purché smettesse, ma lui continuava. E lei non capiva perché. Non capiva perché doveva sentire dolore. E non capiva perché non doveva farlo più. Non capiva ne una cosa nell’altra. Conosceva solo il sapore del male più forte ed era bruttissimo. Ad un certo punto smetteva di piangere e di respirare tanto era il dolore. Allora Mimmo si fermava.
    “Ahi capito adesso brutta disubbidiente? Adesso vediamo se ci provi ancora”.
    Lei rimaneva per terra singhiozzante e guardava sua mamma Ada che stava sdraiata nel letto con lo sguardo impassibile e privo di pietà. “Va bene … Diceva Silvia … Va bene … Non lo faccio più … Non ascolterò più la musica …”. Lo diceva e non capiva perché. E se sua sorella Sara si avvicinava per aiutarla a rialzarsi rischiava di prenderle a sua volta, anzi una volta o due era successo proprio in quel punto Sara era intervenuta e dall’armadio delle torture, per lei era spuntata la cinghia.Così sarà rimaneva spesso sola con i suoi singhiozzi. Il fatto era che Silvia presto capì che anche dire “non lo faccio più … Non ascolterò più la musica … “ non serviva a nulla, anzi peggiorava le cose. Sua madre dalla camera era capace di dire “sentila … Ti risponde pure …”. Allora Mimmo tornava e di nuovo giù col cucchiaio. Ecco perché la vecchia pentola ed il cucchiaio di legno logoro erano un “gioco strano” nelle mani della bimba. Il cucchiaio faceva paura, suonare la pentola ancora di più. Ma aveva tanta voglia di giocare e allora batteva piano distrattamente sul lato della pentola e intanto guardava fuori il cielo azzurro, immaginando una fantasiosa via di fuga.

    “Silvia!”. La voce forte e decisa di Mimmo ruppe il silenzio e la bimba sobbalzò da terra. “Ecco” pensò “ho fatto troppo rumore, ora mi picchierà”. Non fece a tempo ad alzarsi che la figura di Mimmo comparve davanti a lei con la sua giacchetta leggera ed un sacchetto in mano. “Vestiti” disse lui mentre lei si alzava. “Vai a fare una bella passeggiata con Tito e Andrea”. La aiutò ad infilare la giacca e gli mise il sacchetto ad un polso. “Loro sono già fuori che ti aspettano, stai attenta a dove vai e non allontanarti dai tuoi fratelli, se ti perdi sono guai…”. La bimba annui per nulla convinta e un po’ imbronciata e si avviò verso la porta di casa dove oltre l’uscio i suoi fratelli la aspettavano, ognuno con il proprio sacchetto ed un coltello da tavola leggermente seghettato dal manico verde chiaro.

    “E levati quel broncio dalla faccia… Con voi sembra sempre che sia morto qualcuno. La gente che vi vede chissà cosa pensa vedendovi così.”. Aggiunse Mimmo mentre la piccola percorreva un po’ goffamente il corridoio. Aveva 4 anni. Ed i suoi fratelli sul volto non avevano un espressione migliore. Non avevano il broncio ma nemmeno sorridevano. Speravano solo che Silvia facesse in fretta così da potersi levare da casa al più presto. Certe occasioni non si dovevano far sfuggire dalle proprie mani facilmente. La sorellina li raggiunse ed i tre uscirono da casa sotto lo sguardo severo del padre, i grandi avevano istruzione di essere a casa per le 17.30, non un minuto di più e non uno di meno. Si incamminarono lungo la strada. Fu in quell’istante che in soffitta Sara di diede un attimo di tregua. Si sollevò da terra dove stava togliendo lo sporco accumulatosi sotto le scansie e si sgranchì la schiena. Distrattamente volse lo sguardo verso l’unica fonte di luce, la piccola finestrella che dava verso la strada. Fu allora che li scorse, Andrea, Tito e Silvia che si incamminavano verso la salita che portava ai pascoli e poi al bosco. Lì per lì non fece caso a cosa avevano in mano, vide solo i suoi fratelli fuori all’aperto passeggiare vicini, provò un misto di sorpresa ed invidia. Avrebbe voluto essere con loro. E le sarebbe piaciuto scendere a chiedere dove andavano. Sarebbe stato normale in una qualunque famiglia. Ma non nella sua. La prima opzione sapeva già essere impossibile, uscire dalla soffitta senza avere finito sarebbe significato tornarci gonfiata di botte. La seconda sarebbe stata possibile solo più tardi, quando finito il suo lavoro avrebbe saputo dai suoi fratelli dov’erano stati mandati. Rimase alcuni secondi a guardarli fino a che scomparvero alla vista. Sbatté alcune volte le palpebre e abbozzò un vago sorriso. Li invidiava, ma era anche contenta per loro, almeno prendevano un po’ d’aria. Alla fine tolse piano lo sguardo dalla finestra e lo riportò al suo lavoro. “Meglio ricominciare” pensò “prima che per un niente si aprisse per lei l’armadio delle torture”.

    L’erba era straordinariamente profumata, alta rigogliosa ma verde e disposta in una sorta di ordine naturale disegnato da una fonte superiore. Tutto era bello. Il tepore del sole, l’aria frizzante, i colori dei fiori, il rumore degli insetti che ronzavano. Andrea e Tito cominciarono a disquisire su cosa avrebbero potuto fare se facevano in fretta a riempire i sacchetti. Un’avventura ci stava. Tito tirava la corda per inventare qualcosa e Andrea cercava di frenare il suo entusiasmo, ma nello stesso tempo era attratto dall’idea di provare un po’ di emozione. Gli sarebbe piaciuto entrare nel bosco, poi incontrare un capriolo o un leprotto e poterlo avvicinare. Chissà, magari anche accarezzare. Tito invece non vedeva l’ora di arrivare ai pascoli delle mucche, sapeva che li si sarebbe potuto inventare qualcosa di divertente per ridere un po’. Silvia invece era estasiata, sventolava il sacchettino di plastica senza nemmeno capire perché lo avesse in mano e guardava ogni cosa, annusava ogni profumo, ascoltava ogni rumore. La strada procedeva in salita ed i tre camminavano uniti ridacchiando soprattutto per i piccoli dispetti che i fratelli grandi ed in particolare Tito facevano alla piccola Silvia. Ad un certo punto sulla destra l’erba si diradava piano piano con l’avvicinarsi del fitto bosco che si estendeva davanti a loro. La linea dell’asfalto si livellava con quella dell’erba all’altezza di un palo di legno conficcato nel terreno. A quel punto sulla destra si estendeva un vasto pascolo di erba verde, bassa e ricca di fiori. Il pascolo si estendeva fino ai margini del bosco e partendo dal palo una recinzione di filo spinato si protraeva lungo la strada e verso l’interno attraversando il prato fino al bosco e facendone il giro ai margini dalla parte opposta.
    Accanto al palo l’ultima parte di vegetazione non controllata dall’uomo era un melo in piena salute e carico di frutti, mele rosse grosse e succulente. Oltre la staccionata recintata alcune mucche brucavano placide e incuranti dei ragazzi. Il gruppetto percorse ancora alcune decine di metri poi all’altezza di uno spazio dove l’erba si faceva un po’ più bassa anche sulla sinistra e incominciava un tratto alberato i ragazzi si fermarono. Tito e Andrea confabularono un attimo poi si volsero a Silvia e la invitarono ad aspettarli lì nello spiazzo, un largo tratto d’erba ricco di cicoria. I due fratelli si allontanarono lungo la strada oltre la semicurva e scomparvero dietro gli alberi. Silvia rimase alcuni secondi con il sacchetto in mano ad aspettare. Non sapeva cosa fare e quanto avrebbe dovuto aspettare. Davanti a se c’era la recinzione, le mucche ed il bosco. I secondi divennero minuti ed alla fine si stancò di aspettare. C’era un ceppo tra l’erba, lo raggiunse e si sedette guardando le mucche incuriosita. Fu in quel momento che apparve l’uomo trasparente. Cominciò a girare attorno a Silvia e a fissarla. Silvia non poteva vederlo ma cominciò a sentirne la presenza. Guardare le mucche cominciò a diventare noioso e il sentore dell’uomo trasparente la inquietava. Sembrava che ogni rumore e fruscio si stesse amplificando e stare li cominciasse a diventare un peso insostenibile. Poi l’uomo trasparente di sedette accanto a lei sul ceppo, le mise un braccio attorno al collo e le sussurrò qualcosa.
    “Ma perché stai qui da sola… Perché guardi le mucche e resti qui… Fatti un giro qui intorno… Chi te lo impedisce… Fatti un giro… Fatti un giro…”.
    Silvia sbuffò stufa di sentire il peso dell’uomo trasparente e si alzò. Si guardo intorno e si incamminò verso la strada. Perché non farsi un giro in fondo? Andò verso la recinzione e si fermò a guardare. C’era una mucca dall’aria bonaria proprio difronte a lei. Avrebbe avuto allungare la mano e accarezzarla ma il filo spinato la intimoriva. Così rimase un po’ a guardarla. Poi di nuovo la voce “… fatti un giro … fatti un giro …”. Quando si è piccoli si fa presto a sentirsi soli. Silvia si incamminò lungo la strada che piano si avvicinava al bosco. Forse avrebbe trovato i suoi fratelli.

    A casa intanto Sara continuava le sue “settimanali” pulizie di primavera. Era passata alle parte alti degli scaffali quando una sensazione strana iniziò a pervaderla. Una sorta di magone le salì in gola e qualcosa di freddo le scivolò lungo la schiena, come una sensazione di fremito incontrollato che la pervadeva. Alle sue spalle comparve l’uomo trasparente. Lei non lo vide ma lui c’era. L’uomo trasparente si avvicinò a Sara e si mise ad osservarla, strofinava con forza e con cura un ripiano da dove aveva tolto tutte le cose che vi erano riposte e che dopo avrebbe riposizionato con cura. L’uomo trasparente si avvicinò sempre di più a Sara fino a farsi sentire, fino a rendere palese la sua invisibile e roboante presenza. Il silenzio della soffitta divenne un amplificato suono impercettibile all’udito ma frastornante nel cervello. L’uomo trasparente mise una mano sulla spalla si Sara fissandola con lo sguardo inespressivo. Sussurrava… “Chiediti perché … Chiediti perché …”.
    Sara sembro udirlo, seppur senza vederlo e sentirlo.
    “Perché …Perché …”.
    Sara cominciò a porsi la domanda.
    La sorta di magone si impossessò della gola nella fiera dei perché senza risposta.
    Una lacrima scese sulla guancia sinistra di Sara, poi una sulla destra, l’uomo trasparente si avvicinò a Sara, scorse un braccio attorno a lei e se la porto stretta in una morsa. Prese possesso di lei, mentre silenziose domande si libravano nell’aria senza trovare risposta.
    Sara rimase lì con l’uomo trasparente a singhiozzare nella piena solitudine, mentre con lentezza riponeva sullo scaffale lucido gli oggetti che aveva tolto poco prima.

    Silvia continuò la sua passeggiata improvvisata costeggiando il verde e la recinzione. Davanti a se il bosco si avvicinava. Cupo e scuro la intimoriva e intrigava al tempo stesso. Se Andrea aveva ragione il bosco era pieno di tanti teneri animaletti desiderosi di affetto e pronti ad elargirne. Non le era chiaro quel concetto. Le richiamava un sentimento strano la parola affetto, forse perché ne conosceva il senso, ma la cosa la rendeva dubbiosa. Ad un certo punto la staccionata deviava verso destra lasciando la strada ed inoltrandosi nell’erba bassa che portava verso il bosco. In quel punto un apertura abbastanza larga in mezzo al fitto degli alberi segnava come una sorta di ingresso di quel luogo inesplorato. Andò ancora avanti verso l’ingresso del bosco sempre costeggiando la staccionata sulla destra, mentre sulla sinistra un prato rado divideva il bosco dalla strada da cui si era appena allontanata. Si voltò verso la recinzione. Il filo spinato si interrompeva ed una sorta di cancello in legno ne segnava la temporanea fine e la ripresa. Doveva essere una specie di entrata per le mucche o qualcosa di simile. Si sporse attraverso il legno dell’ingresso per vedere se qualche mucca si avvicinava. Poi improvvisamente una strana sensazione la pervase. Si sentiva osservata. I suoi fratelli? Si voltò lentamente ed ebbe un sussulto. Un uomo vecchio dalla barba bianca, lunga ed incolta la stava fissando. Accanto a lui c’era un cane di taglia medio grossa, una specie di cane da pastore bianco.
    Il vecchio e la bambina si fissarono per alcuni istanti.
    Poi il vecchio in un tedesco molto stretto e dialettale disse qualcosa come “che stai facendo? Non puoi stare qui… Cosa fai qui da sola?”. Silvia si intimorì anche se il cane la incuriosiva. Il vecchio si avvicinò con il cane a lei ed al cancello e lei impaurita si allontanò. In pochi istanti le posizioni era più o meno invertite. Silvia si era allontanata dalla recinzione e dal cancello addentrandosi nell’erba ed il vecchio ed il cane si erano portati davanti all’ingresso del pascolo. Silvia guardò ancora il bosco. E se fosse scappata li? L’ingresso tra gli alberi era nero. Poteva nel nero nascondersi qualcosa di bello? Ad un certo punto dal bosco senti come un urlo agghiacciante. Il cuore le prese a battere forte. Era l’uomo dalla faccia allungata che da lontano la stava guardando. La osservava dal bosco. Silvia sentì salire la paura all’udire di quell’urlo e si stupì che il vecchio ed il cane non si fossero scomposti di alcun ché. Anzi continuavano ad osservarla con lo stesso sguardo severo. Silvia decise di tornare velocemente verso i suoi passi e di raggiungere la strada. Percorse il tratto che la separava dall’asfalto con il vecchio ed il cane che la accompagnavano passo dopo passo. Il vecchio camminava accanto al filo spinato ed il cane gli stava di fianco, tra lui e Silvia, come in un senso di protezione. Ad un certo punto furono molto vicini. Silvia, il cane ed il vecchio. Poi ancora con quell’urlo nelle orecchie Silvia voltò alla sua sinistra e tornò indietro mentre il vecchio ed il cane si fermarono sul ciglio della strada. A quel punto la bimba affrettò il passo per tornare al posto dove l’avevano lasciata i suoi fratelli. L’uomo trasparente non l’aveva persa di vista un’ istante. Si era allontanato quel tanto che bastava nel momento in cui erano comparsi il vecchio ed il cane. Ora era di nuovo al suo fianco e la fissava. Lei oramai quasi correva per ritrovare i suoi fratelli. L’urlo del nero dell’accesso al bosco la stava ancora spaventando come pure la presenza di quel signore anziano e del suo cane. Si sentiva come se tutti la stessero rincorrendo e non aveva il coraggio di voltarsi. Sperava solo di vedere presto i ragazzi da qualche parte, aveva troppa, troppa paura. In men che non si dica si ritrovò al punto di partenza ed il suo cuore si allargò quando vide Tito vicino al melo, proprio dove si erano lasciati. L’urlo dell’uomo dalla faccia allungata si sfumò via e l’uomo trasparente scomparve dissolvendosi.
    Tito si guardava intorno come se la stesse cercando.
    E la sua sorellina gli corse incontro.
    “Ehi Silvia, eccoti qua dov’eri finita ci hai fatto prendere un accidente!”. Fece il ragazzo.
    “Vi stavo cercando e …”. Il fratello la interruppe “ah, lascia perdere Andrea è corso avanti perché comincia ad essere tardi, ha portato a casa la cicoria che abbiamo raccolto e dice al pà che arriviamo subito…”.
    “Allora andiamo anche noi?” chiese Silvia allargando le braccia.
    Tito guardo le mucche e sorrise. Un’idea insana lo pervase.
    “Ma sei riuscita almeno ad accarezzare le mucche?”. Chiese.
    “No, volevo provare, quel filo pieno di punte mi fa paura e credo di non arrivarci senza toccarlo.”
    Tito sorrise.
    “Ma ti piacerebbe accarezzare la mucca?” mentre parlava Tito afferrò una mela dall’albero.
    “Si ma …”
    “Dalle questa, vedrai si avvicinerà e per accarezzarla non dovrai nemmeno sfiorare il filo spinato …”.
    “Filo spinato?” la bimba era perplessa ma intanto allungò con un po’ di diffidenza il braccio.
    “Si, così si chiama, filo spinato” fece rassicurante Tito “ma non aver paura, se dai questa alla mucca sarà lei ad avvicinarsi e tu non dovrai fare altro che accarezzarla”.
    Silvia prese la mela dalle mani del fratello che abbozzava un sorriso rassicurante. Poi guardò la mucca più vicina a lei che pareva aver seguito tutta la scena ed essere solo in attesa di essere chiamata in scena. La bimba si convinse e si avvicinò alla recinzione.


    Andrea giunse sotto casa alle 17.25. Si fermò con i due sacchi carichi di cicoria e guardò l’ora.
    Lo colse un fremito guardando la porta, l’idea di salire in casa da solo lo turbava. Pensò di aspettare ancora un attimo sperando che Tito e Silvia arrivassero entro l’orario stabilito. Dalla finestra senti la voce di suo padre alzarsi di tono e sbraitare qualcosa, poi si accavallo la voce di sua madre Ada “adesso basta …” sembrò urlare. Una porta sbatté violentemente. Tipico. Il litigio di fine giornata. Non presagiva nulla di buono quella sera. Come tutte le sere d’altronde. La voglia di salire divenne ancora minore. Era passato un altro minuto. Poi sentì la voce di Sara. La luce della soffitta che fino a qualche secondo prima era accesa ora era spenta. Doveva avere appena finito. Sua sorella disse qualcosa che non riuscì a decifrare. Quella che sentì bene fu la voce di suo padre.
    “Non ti ci mettere anche tu, mi basta già quella donna …”.
    Ancora urla, questa volta dai contorni incomprensibili, arrivarono dalla stanza di sua madre che doveva aver sentito la frase di Mimmo e ripreso la sua arringa di protesta ululante.
    Un altro minuto passato. Un altro metro di voglia cancellato. Se fosse passata una carovana per il deserto in quell’istante Andrea l’avrebbe seguita volentieri. Meglio quella che l’inferno. Improvvisamente la voce di suo padre lo trapasso avvicinandosi.
    “Quando hai finito lì prepara in cucina che ci sarà la cicoria da pulire e lavare, tuoi fratelli dovrebbero essere già qui …”.
    La frase era rivolta a sua sorella Sara.
    Andrea fece tempo solo a farsi un idea di ciò che stava avvenendo quando vide il volto scuro di suo padre sbucare dalla finestra.
    “Andrea!”
    Il ragazzo sobbalzò insieme ai due sacchetti di cicoria.
    “Cosa fai li sotto?”. Mimmo si rivolse ancora con durezza.
    “Sto aspettando Tito e Silvia … Stanno arrivando …”.
    “Perché non siete assieme?”. Domandò Mimmo.
    La domanda che Andrea sperava di non sentire, il quesito a cui pregava di non dovere dare risposta.
    “Tito … Tito è rimasto a dare una mano a Silvia a finire di raccogliere la cicoria e arrivano subito, io sono venuto avanti per avvisare eh …”.
    La voce di Mimmo si fece ancora più dura mentre dalla camera di sua madre la donna ancora urlava cose incomprensibili. “Insomma sei il solito in capace che non è in grado nemmeno di badare ai propri fratelli … Non restare li impalato, vieni su immediatamente”.
    Andrea stava per rispondere qualcosa poi ci ripensò ed entrò in casa.

    Silvia chiamò la mucca da vicino alla recinzione con Tito affianco a se.
    Con una mano protendeva il succoso frutto rosso.
    “Mucca … Mucchina … La vuoi la mela?”.
    Il grosso animale si avvicinò placido alla recinzione e la raggiunse.
    Quando lo vide Silvia indietreggiò di un passo e trasse il braccio.
    Tito la spinse di nuovo avanti “dai è solo una mucca, mica un leone …” fece.
    La mucca avvicinò il naso al filo spinato annusando.
    “Dai su, dagli la mela” insistette Tito.
    La bimba si fece coraggio e allungò il braccio che protendeva la mela verso il muso della mucca. L’animale come sentì il profumo del frutto mosse bruscamente il muso e aprì istintivamente la bocca sbuffando. Il movimento spaventò Silvia che fece un salto indietro mentre lasciò cadere la mela, la quale cadde sul filo e rimbalzò a terra all’interno del campo. Anche la mucca fece un passo indietro presa alla sprovvista.
    “Dai” fece Tito “raccogli la mela e dagliela”.
    Silvia fece segno di no con la testa imbronciata.
    “Perché no?”. Tito allargò le braccia.
    “Mi mangia la mano …”.
    “Ma non che non ti mangia la mano, vuole solo la mela, dai raccoglila”.
    La mucca si era allontanata di poco e non si era accorta del punto dov’era caduta la mela ma la cercava annusando l’aria.
    Silvia se ne accorse e sentì dispiacere per l’animale. Guardo suo fratello.
    “Dai!”. Fece lui.
    La bimba si chinò ed infilò il braccio tra il filo spinato.
    Raccolse la mela.
    La mucca se ne accorse e si avvicinò nuovamente.
    Silvia rimase ferma tenendo la mela in vista.
    Il muso della mucca si incontrò con la sua mano e poi addentò la mela.
    La lingua del bovino sfiorò la manina di Silvia che presa alla sprovvista la trasse a se sfiorando il filo spinato.
    Era filo elettrificato. Silvia prese una forte scossa e cadde all’indietro spaventata e attonita.
    Dopo alcuni secondi scoppiò a piangere.
    Tito invece aveva ottenuto quello che voleva, il suo scherzo ben congeniato, e si lasciò andare in una grassa risata.
    Mentre il fratello rideva Silvia rimase per alcuni secondi stesa a terra all’indietro, aveva preso una bella botta sul sedere ed ora si teneva sollevata sui gomiti con gli occhi gonfi di pianto. Con il braccio destro teneva ancora stretto il sacchetto vuoto della cicoria.
    Intanto il fratello continuava a ridere chinato in avanti con le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto alla sorellina.
    La bimba iniziò a singhiozzare guardando il fratello.
    “Lo hai fatto apposta …” urlò piangendo.
    “Eh dai, è solo uno scherzo … Sei solo una fifona piagnona …” e continuava a ridere.
    Silvia si alzò di scatto riempiendosi una mano di erba e pietruzze, appena in piedi lanciò il tutto verso suo fratello, l’erba si sparse in ogni dove e solo qualche pietruzza sfioro i jeans del fratello.
    “Ooh, ma che male che mi hai fatto” disse lui sornione.
    E la fissava.
    E lei fissava lui in un misto di rabbia e tristezza.
    Poi lui fece uno scatto e diede un colpetto con la mano destra sulla spalla di Silvia.
    “Dai, prendimi!” la incitò.
    Tito scattò lungo la strada ed iniziò a correre verso casa seguito da Silvia ora più che mai arrabbiata.
    Tito correva avanti e Silvia lo seguiva a fatica sventolando il sacchetto bianco che teneva per il fondo. Tito rideva. Silvia ora grugniva e ansimando cercava di dire al fratello di fermarsi. Ma in meno che non si dica raggiunsero casa. Prima entrò Tito, ancora ridendo come un matto, alcuni secondi dopo Silvia. Mentre saliva le scale Silvia sentiva le risatine sarcastiche di Tito. Poi mentre lei era a metà scala le risate si interruppero. La voce urlante di suo padre fece tremare ogni cosa. Lei rimase impietrita per alcuni secondi. L’uomo dalla faccia allungata si affacciò dalla porta di casa ed emise il suo urlo che andò scemando lasciando spazio ai suoni domestici. “Dov’è tua sorella” urlo il padre. Non seguì un’immediata risposta verbale ma uno schiocco secco e violento, “Ma pa…!” Senti la voce di Tito. Poi nulla per alcuni decimi di secondo. L’urlo agghiacciante dell’uomo dalla faccia allungata risuonò nelle sue orecchie. Il cuore le batteva forte.
    Ma basto un istante.
    La figura di suo padre si palesò sul pianerottolo improvvisa.
    Maglietta intima bianca, pantaloni scuri e sguardo più nero del nero.
    “Cosa fai lì?” urlò Mimmo.
    La bimba provò a rispondere qualcosa ma non fece a tempo, in un attimo il padre fu su di lei la prese per un braccio e la trascinò in casa fino in cucina davanti ai suoi fratelli. I due ragazzi erano in piedi uno di fianco all’altro impauriti. Andrea aveva una guancia rossa sbiadita, segno di uno schiaffo di rovescio inflitto con violenza, il colpo aveva lasciato anche un piccolo segno rosso sulla palpebra. Tito aveva la guancia sinistra rosso fuoco, testimone dello schiaffo a mano piena appena ricevuto. Sara era chinata nel lavandino e stava pulendo la cicoria portata dai ragazzi per poi lavarla. Ada sdraiata nel letto della sua camera stava silenziosa con l’orecchio fino pronto a godere di quello che sarebbe ancora potuto accadere.
    Mimmo fissò la piccola Silvia. “Cos’hai combinato brutta svergognata disubbidiente?” urlò.
    Il gelo consumò la cucina, il silenzio fece tremare i muri nel peso del suo inquieto presagire di eventi spaventevoli.
    “Io…” fece per dire Silvia con voce flebile.
    “Te lo dico io cosa hai fatto” tuonò Mimmo “hai fatto la strada di corsa e hai perso tutta la cicoria che c’era dentro”.
    “Cicoria? Sacchetto? Ma quale cicoria?” pensò Silvia, nessuno le aveva detto che doveva tornare con la cicoria nel sacchetto e lei non aveva proprio niente aveva solo seguito i suoi fratelli e per giunta si era pure presa un bello spavento una brutta scossa e una gran botta sul sedere.
    “Ma … Io non ho perso la cicoria correndo …” disse ancora ansimante.
    A quel punto l’uomo dai capelli rossi che già si muoveva libero e scattava da una parte all’altra nel cervello di Mimmo sfoderò un sorriso malefico e si infilò nella mente dell’uomo facendola sua.
    “Piccola bugiarda, disubbidiente che non sei altro …”
    Mimmo divenne furioso, afferrò con entrambi le mani Silvia per le braccia e la sollevò, il sacchetto le scivolò via. La bimba rimase con il cuore in gola e senza fiato. Con veemenza Mimmo portò Silvia nella sua stanza e con lucidità e impressionante precisione preparò la punizione. Lanciò a terra la bimba e la colpì con violenza con una serie di calci bene assestati alla schiena nelle gambe e due volte in pancia. Poi la prese da terra e la gettò sul suo letto le sfilò la giacchetta leggera e le urlò “hai perso la cicoria? Niente cena”.
    Mimmo uscì. Silvia rimase sola sul letto senza fiato e forza per piangere.
    “Io non lo sapevo della cicoria …” continuava a pensare “non lo sapevo della cicoria …”.
    Continuò a domandarsi. Poi il dolore la avvolse ed il pianto la coprì come il mare un fondale.
    Era piccola … Ma non poteva che chiedersi “Perché?”.

    Quella sera ci fu una cena silenziosa, Andrea servì sua madre Ada a letto come al solito. Poi tornò a tavola al suo posto. C’erano quattro persone a tavola. Più una quinta. Ma solo Sara, Andrea e Tito ne percepivano la presenza. Era l’uomo trasparente.

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    BostonCeltics (07-01-2015),nonnamancata (05-01-2015)

  3. #2
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