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  1. #1
    fu "Red il micino"
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    Colui che aveva paura
    Eccomi qua ragazzi!

    L'ispirazione è tornata.

    O forse non se ne mai andata?

    E' stato fantastico condividere con voi quella che per me è stata una bellissima avventura.

    Ora ci riprovo.

    Parto come con la Figura della notte.

    Tutto da zero, tutto con voi.

    Ho una mezza idea (e mezza pagina) in testa.

    Vediamo dove va a finire!!!!

    (Se qualcuno non mi banna prima per altri motivi).

  2. #2
    fu "Red il micino"
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    Colui che aveva paura (Johnny G.C. Amos)

    - 1 -


    La casa dalle mille finestre,
    dimora di pochi,
    spauriti segreti,

    segreti nei volti,
    nel cuore e nell’anima,
    di vorticosi lamenti,
    e sorrisi piangenti,

    la casa dalle mille finestre,
    ti intriga di notte,
    quando regna il silenzio,
    e l’oscuro ti illumina,
    di un regno di pace,
    sdraiato nel mondo,
    fatto di vite da immaginare.


    Scritta di mio pugno, parola mia. Mi piace tanto scrivere poesie.
    Beh io, sì, io le chiamo poesie.
    Ecco.
    Io pero ci vivo davvero nella casa dalla mie finestre, il mio palazzo.
    Vivo qui da solo. Certo è grande per me. Ci sono una ventina di stanze ed una grande sala da pranzo, per non parlare della cucina e della biblioteca.
    Entrando dalla porta principale c’è un ampio ingresso con alcune sedie, un tavolino ed il guardaroba.
    Superato l’ingresso si entra in un lungo corridoio, subito a sinistra c’è il mio studio, dalla parte opposta il gabinetto medico. In gioventù ho studiato medicina ed ai tempi della tesi avevo convinto mio padre ad adibirmi un intera stanza a studio medico.
    Lo fece.
    Io non mi sono mai laureato.
    La studio è rimasto.
    Sullo stesso corridoio vi sono poi quattro stanze da letto per lato, tutte con bagno.
    Dopo le stanze da letto vi sono la cucina e la dispensa a sinistra ed un ampia sala da pranzo a destra.
    Al piano superiore vi sono altre dodici stanze da letto.
    Sei per lato.
    In fondo, da un lato la biblioteca, dall’altro, sul lato che da sul borgo, la sala da biliardo.
    Davvero tante stanze per un uomo solo.
    Ho pensato tante volte di far qualcosa, affittarne qualcuna o qualcosa di simile.
    Ma non posso condividere il mio regno.
    Il palazzo e situato su una collinetta.
    Arrivando dalla statale si costeggia il litorale.
    Da una parte la sabbia argentea e l’azzurro del mare.
    Dall’altra un alternarsi di prati verdi più o meno fioriti, muretti diroccati ed umili casupole.
    D’estate il tempo e volubile, e capita spesso di passare in poco tempo dagli odori dell’erba e dei pollini in fiore a quelli pronunciati del mare, causati dalle onde che schiumando si infrangono sugli scogli.
    Ad un certo punto la strada devia verso l’interno ed inizia a salire leggermente, i prati sono sempre più curati e a destra e sinistra artistiche staccionate e scolpite recinzioni contornano ville sempre più incantevoli.
    Dopo un certo tratto, percorrendo un ampia curva verso destra si nota la ripida strada che porta al mio palazzo.
    Ai bordi della collinetta.
    A sinistra si intravede il paese.
    A destra si va a casa mia.
    Il percorso che si inerpica sulla collinetta è tortuoso ed immerso negli alberi.
    Mi immagino quel percorso nel silenzio di una passeggiata.
    Profumi di bosco e di muschio, il cinguettio di un uccello, il picchiettare di un becco su un tronco.
    Tante volte quando ascolti il silenzio di una passeggiata nel bosco percepisci tante cose. Anche rumori che non hai mai sentito. E ti lasciano un brivido. Quasi di paura. Timore di un ignoto pericolo. Poi pensi che non è nulla. Quante cose ci sono che possono fare rumore in un bosco non è vero? Di cosa aver timore?
    Certo non della strada che porta a casa tua.
    Io non la temo quella strada.
    E nemmeno temo la casa.
    Soprattutto di notte.
    Quando il giorno si spegne e si illuminano le mille finestre.
    Verso un mondo che vive fuori.

  3. #3
    janet
    Guest
    mi aveva avvertito mia nipote alla quale piacciono molto i tuoi racconti, altrimenti magari lo perdevo
    Profumi di bosco e di muschio, il cinguettio di un uccello, il picchiettare di un becco su un tronco.
    Questa frase assolutamente stupenda

  4. #4
    fu "Red il micino"
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    Il pendolo smorzò il silenzio.
    Nel corridoio del piano terra, proprio a metà sulla destra, tra una camera e l’altra.

    Dong.

    Eco.

    Dong.

    Eco.

    Dong.

    Eco.

    I rintocchi fecero svanire i miei pensieri che coltivavo sprofondato sulla mia poltrona.

    Dong.

    Eco.

    Quel suono era forte e deciso, vibrante.

    Dong.

    Eco.

    Si amplificava per tutto il corridoio e raggiungeva la mia stanza, proprio prima della cucina.

    Dong.

    Eco.

    Produceva una sorta di eco che andava a confondersi con i rintocchi successivi causando un altalenante cantilena di suoni alti e bassi.

    Dong.

    Eco.

    Certo a volte dava fastidio, soprattutto nelle prime ore del mattino.

    Dong.

    Eco.

    Quando avevi appena preso sonno e tenendolo stretto per non lasciarlo andare speravi che ogni tocco fosse l’ultimo.

    Dong.

    Eco.

    Ma allo stesso tempo mi faceva compagnia, come un vecchio amico brontolone.
    Anche se a volte il frastuono si faceva talmente confuso da non capire che ora fosse.

    Dong.

    Eco.

    Ma non in quel caso.
    Erano le dieci.
    Non avrei potuto sbagliarmi. Era il momento preferito della mia giornata e lo attendevo sempre sulla mia poltrona, in trepida attesa come di un ospite gradito. La finestra di camera mia dava su un giardinetto con il tavolo e le sedie in pietra. Al di là del giardinetto, superata una siepe e dopo un tratto di prato naturale macchiato qua e la da numerosi fiori, iniziava il bosco. Di giorno, guardando fuori dalla finestra potevi intravedere la luce farsi strada in mezzo agli alberi. Per un certo tratto di bosco, facendo attenzione, si potevano scorgere molte cose. Scoiattoli in cerca di cibo, leprotti affrettati ad andare chissà dove, uccelli intenti nelle loro faccende e quant’altro. Aprendo leggermente la finestra ne sentivi i versi, i rumori, con un po’ di fantasia, perfino il respiro. Poi verso sera c’erano i momenti più belli. Prima le volpi, si affacciavano fino quasi al prato. Poi arrivavano famigliole di cinghiali, genitori e piccoli al seguito. E nelle sere più fortunate si presentava il cervo. Bello e maestoso, da far restare con il respiro in gola.
    Restavano lì, a pochi passi da me, mischiandosi gli uni con gli altri mentre si nutrivano avidamente.
    Amavo quegli animali. Per questo ogni pomeriggio riempivo svariate mangiatoie di cibo per loro ai limiti del bosco.
    Io pagavo il biglietto.
    E loro ogni sera mi donavano uno spettacolo, comodamente seduto sulla mia poltrona, in camera mia.
    Poi veniva l’oscurità.
    E i miei amici piano se ne andavano.
    Non scorgevi più nulla del bosco se non il nero più scuro che ne dipingeva l’ingresso.
    Solo i suoi rumori si potevano ancora sentire.
    Le sue voci.
    Ma erano voci diverse rispetto al giorno.
    Niente più cinguettii, niente più ronzii e rumori consueti.
    Di notte si svegliavano gli animali dell’oscurità.
    Uccelli notturni e forse altro.
    Uno in particolare si sentiva ogni notte. Un verso acuto, stridulo e lamentoso. Proveniva dal mezzo del bosco. Metteva inquietudine. Ti spingeva ad immaginare cosa fosse e dove si trovasse e nello stesso tempo ad aver timore di scoprirlo. D’inverno dopo poco chiudevo la finestra tutto si risolveva. D’estate l’afa non mi permetteva di concedermi quel lusso. Se le migliaia di grilli che cantavano mi facevano vivere la quiete di una notte normale, quasi mi rilassavano nonostante il fracasso, quell’uccello o cosa mai fosse mi faceva sussultare ogni volta.
    Meglio le serate con la finestra chiusa.
    Con la mente persa a fantasticare e ad attendere il pendolo, che come ogni sera anche quella volta rintoccò alle dieci.

  5. #5
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    Che spettacolo, poi lette alle 5 di mattina sono ancora piu' magiche, grazie red

  6. #6
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    Ben tornato Red, grazie per le emozioni che ci regali.
    - I am not a queen, I am a khaleesi -

    Barman, sei pinte di birra e presto, il mondo sta per finire. Tieni il resto, hai dieci minuti circa per spenderli!


    Io sono una fan di DrJ!

    Fondatrice del Club delle Donne Superiori


  7. #7
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    Era già primavera inoltrata ed il caldo in quel periodo si cominciava a sentire davvero. Un caldo che diventava una sorta di premio da assaporare, un meritato premio alla costanza ed alla sopportazione di uno di quegli inverni che parevano non finire mai. Quei primi caldi mi emozionavano in egual modo anno dopo anno, pur rimanendo sempre uguali. Erano il preludio all'estate, ai colori, alle voci fino a tarda notte, ai rumorosi sorrisi abbracciati di allegre compagnie, che echeggiavano da strade, case, bar e ristoranti.
    Quando tutto sembrava fermarsi a contemplare il cielo, pur rimanendo in movimento.
    L'estate era allegria, sogno e gioco.
    Come da bambini.
    Ad ogni modo quella era una di quelle sere in cui l'inverno, mentre se ne andava, ricordava ancora a tutti che sarebbe tornato. Lo faceva soffiando forte un aria gelida e inquietante. Un'aria di tempesta e di dolore imminente. Il cielo rimaneva scuro, nascondendo ogni naturale fonte di luce. Gli alberi tremavano e si agitavano. Certi rami picchiavano alle finestre sembrando chiedere protezione, come se quei grossi arbusti cercassero rifugio, in un'eterna fuga dal nemico.
    Poi ogni tanto tutto si illuminava.
    Solo un lampo qua e la.
    Attendevi il tuono, ma trovavi silenzio.
    Attendevi lo scroscio di pioggia, ma non ne percepivi il suono.
    Attendevi ancora, ma nulla.
    E mani di legno riprendevano a bussare, lente e costanti.
    Mettevano i brividi sere come quelle.
    Soprattutto dalla finestra di camera mia, alle porte del bosco.
    Meno male che c'era il caro vecchio pendolo a farmi compagnia.
    I suoi rintocchi mitigarono quell'atmosfera così surreale.
    Mi sollevai dalla mia poltrona e mi diressi alla finestra.
    Erano gli alberi del giardino quelli che bussavano, ma non lo facevano mai ai vetri della mia camera, erano troppo lontani. Bussavano alle altre stanze, dove nessuno avrebbe potuto aprire loro.
    In quanto a me, ero stato rinfrancato dal pendolo, c'era un mondo la fuori che mi attendeva, ed ero sicuro che nonostante quel tempo inclemente avrei trovato di che appagarmi.
    Aprii la finestra per respirare l'aria.
    Una ventata gelida mi tagliò il viso.
    Il frusciare delle foglie mi riempì i timpani, era come una sinfonia a cui si univano mille altri strumenti. Il secchio del vecchio pozzo che ciondolava, le travi del tetto del capanno che scricchiolavano, la porta del fienile che cigolava e sbatteva.
    E mani di legno che bussavano.
    Stavo per chiudere quando lo udii.
    Il verso.
    Acuto, lamentoso.
    Mi riempì le orecchie e mi sconvolse d'improvviso il cuore.
    Si fece sentire per due, tre, quattro volte di seguito.
    Laggiù, dal nero del bosco.
    Guardai in quel nero, come irrazionalmente facevo ogni volta che lo udivo, quasi fosse stato possibile scorgere qualcosa.
    Ma seppure la mia mente potesse dirmi di aver visto qualcosa muoversi in quel nero io non potevo darle retta. Perché qualunque cosa poteva esserci in quel nero, un cespuglio, o forse una volpe od un cervo, o forse nemmeno nulla. Nulla di più di quello che la immaginazione voleva che vedessi.
    Ancora il verso.
    Sembrava umano.
    Quasi.
    Una volta un amico mi disse una cosa. Accadde proprio in una circostanza simile, era buio e c'era un verso che echeggiava nel bosco dove ci trovavamo con alcuni amici. Gli avevo chiesto se sapeva che animale fosse a produrlo. Lui mi rispose che non lo sapeva. Mi disse solo che anni prima, quando faceva il militare aveva posto la stessa domanda ad un ufficiale davanti ad altri commilitoni. Questi rispose loro che quando sentivano un verso del genere, che si trovassero nel bosco o in aperta campagna, e per quanto fossero addestrati e bene armati, era bene che fuggissero dalla parte opposta.
    Se dovevano fuggire dei soldati bene armati che dovevo fare io?
    Chiusi la finestra.
    Tornò il silenzio.
    O quasi.
    Mani di legno ancora bussavano.
    Perlomeno scacciai fuori quegli sciocchi pensieri.
    E se quella era una di quelle serate di primavera che conoscevo io, il finto temporale, con tanto clamore per nulla, se ne sarebbe presto andato.
    Mani stanche di bussare.
    Allora sarebbe stato più facile sopportare il verso del bosco.
    Ammesso che avrei potuto sentirlo, visto che sarebbe iniziata la mia avventura nella casa dalle mille finestre.


    Uscii dalla stanza con il buon umore...


    ...Whatever you want
    Whatever you like
    You pay your money
    You take your choice
    Whatever you need
    Whatever you use
    Whatever you win
    Whatever you loose
    You`re showing off
    You`re showing out
    You look for trouble
    Turn around, give me a shout
    I take it all
    You squeeze me dry
    And now today
    You couldn`t even say goodbye
    I could take you home
    On the midnight train again
    I could make an offer you can`t refuse...

  8. #8
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    Bellissimo racconto Red, grazie.

  9. #9
    janet
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    Che bello il pezzo del bosco, mi ha fatto pensare a L'acchiappasogni di Stephen King, ora rimaniamo con il fiato sospeso, cosa succederà ?

  10. #10
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    Una piccola nota dell'autore.

    Il protagonista dichiara all'inizio della prima parte di scrivere poesie.

    'O così le chiama lui'.

    Ne cita subito una e forse in futuro lo farà ancora.

    Invece alla fine della 3a parte ed in questa prossima 4a ci sono due componimenti in inglese. Non c'è bisogno di dirlo (lungi da me aver scritto quei due testi di pezzi storici) ma ovviamente l'autore non sono io. (So che ve ne siete già accorti, ovvio). Per ragioni di modalità (racconto a puntate) solo alla fine citerò propriamente la nota agli autori stessi di quei 'componimenti'. Ma a scanso d'equivoci dichiaro già da ora quello di cui non ho la 'paternità'!!!

    N.B. Anche queste 'citazioni' potrebbero ancora ripetersi.

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