Storia della Banca Commerciale Italiana (COMIT)

La fondazione

La Banca Commerciale Italiana viene fondata a Milano il 10 ottobre 1894. Nata come società per azioni, ha un capitale iniziale di 20 milioni di lire del quale si prevede un aumento sino a 50 milioni. I sottoscrittori sono tutti stranieri, tranne il conte Alfonso Sanseverino-Vimercati, nominato presidente, che sottoscrive 100.000 lire. I tre quarti del capitale sono detenuti in parti uguali da sei grandi banche tedesche: il resto viene invece assunto da istituti austriaci e della Svizzera. A dirigere la Banca Commerciale sono chiamati Otto Joel, il quale aveva partecipato discretamente al progetto sin dal suo inizio, e Federico Weil, altro tedesco trapiantato in Italia e già direttore della filiale di Palermo del Credito Mobiliare.

 

Promozione dello sviluppo nell’età giolittiana

Superate le prime difficoltà dell’economia, si apre la prima importante stagione di rapida crescita economica durante la quale l’Italia pone le basi per una moderna industrializzazione e inizia a colmare il divario con i paesi più avanzati. Lo sviluppo dell’età giolittiana si realizza in un mondo dominato dalle tecniche ormai mature della cosiddetta seconda rivoluzione industriale (siderurgia, grande meccanica, chimica, elettricità). Si tratta di comparti che richiedono elevati investimenti fissi e che offrono una redditività differita nel tempo. La Banca Commerciale gioca proprio un ruolo da protagonista in questo processo di rapida industrializzazione: è significativo, ad esempio, che essa apra già nel 1894 un fido alla Edison. Nei verbali del consiglio bancario si può leggere la totale fiducia che viene nutrita e riposta nei confronti dell’elettricità. L’interesse per la siderurgia si sviluppa invece un po’ più tardi: nel 1903, infatti, vengono intensificati i rapporti d’affari con il gruppo Terni. La banca appoggia inoltre la costituzione delle Acciaierie e Ferriere Lombarde.

 

Capitale, organizzazione e espansione all’estero

Il capitale si espande enormemente nei primi anni di attività dell’istituto: si passa dai 20 milioni iniziali ai 40 del 1899, ai 60 del 1900, fino a raggiungere i 156 milioni nel 1914. Contemporaneamente, aumentano le riserve: sempre nel 1914 esse raggiungono il 45% del capitale. Agli aumenti di capitale talvolta concorrono finanzieri di varie nazionalità che stemperano il carattere iniziale in prevalenza tedesco. Importante, sotto questo profilo, è la partecipazione della Banque de Paris et des Pays-Bas che apre fruttuosi rapporti con i mercati francesi. Non mancano, comunque, le sottoscrizioni italiane. Cruciale per il buon andamento degli investimenti industriali è senza dubbio la figura del fiduciario. Si tratta, come dice la parola stessa, di persone di fiducia che la banca incarica di seguire da vicino l’andamento di specifiche linee di credito.

 

Tra le due guerre

La tempesta che investe l’Europa nell’agosto del 1914 provoca anche una crisi di fiducia nel sistema bancario del nostro paese, che pure resta neutrale. Il panico dei risparmiatori produce una corsa agli sportelli, bloccata dalla determinazione con la quale la Banca d’Italia impone e mantiene una moratoria nel rimborso dei prestiti. Alcune importanti iniziative della Banca Commerciale non piacciono per niente ad austriaci e tedeschi; in particolare, il sostegno alla penetrazione italiana nei Balcani, la Società  Commerciale d’Oriente, la ferrovia Danubio-Adriatico e i rapporti con la finanza francese. Le ragioni di tanta ostilità sono anche di tipo economico. Attorno al nazionalismo interventista si coagulano gli interessi che danno vita nel dicembre 1914 all’italianissima Banca Italiana di Sconto. Nei quattro anni che seguono la fine del primo conflitto è necessaria una riconversione industriale vasta e complessa: ma nella bufera e confusione, spicca la Banca Commerciale, oggetto addirittura di un tentativo di scalata e, poi, chiamata a partecipare alle operazioni di salvataggio bancario e industriale. Nel 1921, comunque, la Banca Italiana di Sconto entra in crisi in maniera definitiva; intanto, la Banca Commerciale è impegnata nel salvataggio del gruppo Ilva, ma non bisogna dimenticare i casi Terni e Montecatini. Gli anni Venti sono anche l’occasione per una nuova espansione all’estero, ma con lo scoppio della crisi del ’29 si arriva a un passo dal baratro; nel 1931, si comprende che la Banca Commerciale non può sopravvivere con le sole sue forze. Toeplitz e Mattioli si recano da Mussolini per sottoporre al governo un piano di intervento statale a favore della banca, da inserirsi organicamente nel quadro di una economia regolata. L’istituto viene riorganizzato come una grande banca di deposito, ma l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale fa subordinare qualsiasi attività alle esigenze belliche. Si introducono nuovamente controlli sui movimenti internazionali di capitali e del monopolio dei cambi, anche per venire incontro alle difficoltà mostrate dalla bilancia dei pagamenti. Tra gli impieghi della Banca Commerciale aumenta il peso dei crediti che vengono concessi alle industrie più connesse allo sforzo di guerra: quelli verso il comparto metalmeccanico crescono in cinque anni del 16%, mentre diminuiscono gli impieghi verso produttori di beni di consumo. Le tragiche conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre 1943 spingono la banca a tirare i remi in barca; al nord, per non partecipare alla sistematica spoliazione dell’industria da parte delle armate tedesche, al sud, per il caos e l’inflazione galoppante. Nel complesso, tra il 1943 e il 1945 la raccolta di depositi bancari non segue l’andamento dei prezzi.

 

 

 

 

 

SIMONE RICCI

Borsa
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