Risparmio: cosa c’è oltre ai bot


Non solo Bot

Per chi ha scarsa o nulla propensione al rischio e vuole effettuare un investimento “sicuro” e alternativo ai Bot, può scegliere sul mercato monetario tra almeno due strumenti alternativi: i pronti contro termine e i Certificati di deposito (anche se questi ultimi sono sempre più stati soppiantati nel corso degli anni dalle obbligazioni bancarie, soprattutto per motivi fiscali). In entrambi i casi al centro troviamo il rapporto di fiducia che solitamente lega il risparmiatore italiano al proprio istituto di credito: essi sono emessi da istituti di credito, alle condizioni previste e indicate dalla banca e, inoltre, sono da considerarsi mezzi di raccolta per le aziende bancarie.

 

I pronti contro termine

I pronti contro termine sono un metodo abbastanza diffuso per investire liquidità nei periodi di turbolenza finanziaria: essi rappresentano un’operazione sicura, che non presenta alcun rischio. Come rendimento, durata e obiettivo di investimento, il pronti contro termine è del tutto assimilabile alla sottoscrizione dei Bot. L’operazione è molto semplice e consiste nell’acquistare oggi (a pronti) un certo ammontare di titoli della propria banca, in cambio della certezza di rivenderli, sempre alla propria banca, ad una data futura (a termine) ad un prezzo superiore a quello a cui erano stati acquistati. Fissando in anticipo il prezzo di acquisto e di vendita, il risparmiatore può così assicurarsi un determinato tasso di interesse.

 

Richiesti importi elevati

Un limite all’utilizzo del pronti contro termine è rappresentato dal fatto che si tratta di uno strumento che richiede somme di investimento piuttosto elevate; inoltre, il loro rendimento è correlato molto spesso all’importo iniziale. Più è elevata la cifra che si destina a questa operazione e maggiore è il potere contrattuale che si può esercitare sulla banca per spuntare condizioni migliori dal punto di vista del rendimento. Il pronto contro termine è poi un investimento di breve termine: la sua scadenza più diffusa è quella a tre mesi, anche se esistono versioni con durata più breve e più lunga, variabile dai 15 giorni a un anno.

 

Vantaggi e limiti del pronti contro termine

Come detto, uno dei principali vantaggi del pronti contro termine è quello di essere un investimento poco rischioso ed il suo tasso di interesse non può subire variazioni nell’arco temporale che delimita l’operazione. Di contro, gli svantaggi più importanti sono rappresentati dagli importi troppo elevati e dalla difficoltà ad uscire da questo strumento prima della sua scadenza naturale.

 

I certificati di deposito

I Certificati di deposito sono stati per anni, dopo il conto corrente, la principale fonte di raccolta del sistema bancario italiano. Erano dunque strumenti molto diffusi, che hanno però via via perso la fiducia da parte dei risparmiatori. Sostanzialmente, essi sono dei particolari tipi di deposito bancario, ma hanno una durata e un importo predefinito. Tecnicamente, i Certificati di deposito possono avere una durata che si articola in più scadenze: da tre mesi a cinque anni.

 

Le categorie di Certificati di deposito

Esistono quattro diverse categorie di Certificati di deposito, a seconda che il tasso sia variabile o fisso, che presentino una cedola o che siano strumenti più complessi. Vediamole ad una ad una. 1)Certificati di deposito a tasso fisso. Presentano una cedola fissa per l’intera durata, che solitamente ha una scadenza annuale. 2)Certificati di deposito senza cedola. Sono dei certificati caratterizzati dall’assenza di cedole: il rendimento viene dato dalla differenza tra il prezzo iniziale e quello finale, proprio come nei Bot e Ctz. 3)Certificati di deposito a tasso variabile. Hanno una cedola che varia nel corso della vita del certificato di deposito. Tale cedola può essere ancorata al tasso dei Bot o ad altri parametri finanziari. 4)Certificati di deposito strutturati. A fianco di un rendimento minimo garantito, questi strumenti si caratterizzano per l’offerta di un rendimento supplementare legato per esempio ad indici azionari o a particolari valute.

 

La “mannaia” del fisco

A decretare l’insuccesso di questo tipo di investimento è stata la decisione di equiparare, dal punto di vista fiscale, i certificati di deposito ai conti corrente. Sui certificati di deposito, con una riforma del 1996, è andata a gravare un’aliquota del 27%: quindi, tali strumenti, un tempo molto diffusi e familiari presso le famiglie italiane, sono nel tempo declinati. Prima del 1996, l’aliquota si differenziava a seconda della scadenza del certificato: per quelli con scadenza inferiore ai 12 mesi era del 30%, per quelli con scadenza tra i 13 e i 18 mesi era del 25%.

 

Il boom delle obbligazioni bancarie

In risposta all’inasprimento fiscale attuato sui certificati di deposito, le banche sono state costrette a cercare fonti alternative di raccolta: tali fonti sono state trovate nelle obbligazioni bancarie, che di fatto hanno preso il posto dei certificati nelle tasche dei risparmiatori. Ma anche su di esse grava un’aliquota del 12,5%, quindi uguale a quella prelevata sulle rendite finanziarie derivanti dagli altri strumenti finanziari e, per tale motivo, non godono di un interesse particolare da parte dei risparmiatori. Le banche, infatti, come per quanto riguarda i certificati di deposito, tendono a corrispondere su questi strumenti tassi leggermente inferiori rispetto a quelli che posso essere conseguiti tramite l’acquisto dei titoli di Stato.

 

 

Simone Ricci per BorsaeDintorni.it

 

Continua: Conti deposito e pronti contro termine





Lascia una risposta