Quantificazione e risarcimento del danno ambientale


Introduzione

Esiste una precisa gerarchia per quel che riguarda le modalità di risarcimento del danno di tipo ambientale: la soluzione solitamente preferita è quella dell’esecuzione in forma specifica, in quanto si tratta di una sotto-specie di ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile. Se non è possibile questa eventualità, si effettua invece il cosiddetto risarcimento per equivalente, andando a determinarne anche l’ammontare in via equitativa, tenendo conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino e del profitto che è stato conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo dei beni ambientali.

 

I punti oscuri della disciplina

In proposito, non molto chiara è la rilevanza in questo ambito della componente sanzionatoria: vale a dire, non è chiaro se tale componente va ritenuta come una fattispecie centrale nella figura del danno ambientale. In caso affermativo, il risarcimento prevederà sempre una somma relativa a quegli elementi, mentre se la componente sanzionatoria rappresenta una figura secondaria, quegli stessi elementi andranno considerati solamente nel caso in cui non è possibile né il ripristino né la precisa determinazione del danno, attraverso l’individuazione di una somma che sia tale da imputare al responsabile l’accollo di tutte le conseguenze dannose (non solo quindi dei costi già sostenuti, ma anche di tutte le spese necessarie per eliminare il danno). Dunque, non bisogna dimenticare che l’obiettivo principale delle disposizioni: il costo della riduzione in pristino costituisce anche il criterio principale per poter quantificare il danno stesso. La “gravità della colpa individuale” e il “profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo dei beni ambientali” rappresentano invece degli elementi secondari, da prendere in considerazione solo nel caso di valutazione equitativa.

 

Le modalità di quantificazione del risarcimento

Il problema relativo alle modalità di quantificazione del risarcimento va risolto tenendo ben presente anche un’altra importante disposizione, per la precisione l’articolo 18 della legge 349 del 1986 (si tratta della legge istitutiva del Ministero dell’Ambiente). In base a questa norma, infatti, si prevede che nei casi di concorso nello stesso tipo di evento di un danno, ognuno risponda nei limiti della propria responsabilità individuale. Quindi, vi possono essere dei casi in cui il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile non è assolutamente possibile, perché citato a risarcire il danno è solamente uno dei possibili responsabili. Ma vi sono anche dei casi in cui il danno è invece precisamente quantificabile. Il giudice, poi, nella sentenza di condanna, può disporre il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile: questa affermazione sembra però andare in senso contrario alla regola generale del diritto civile, che dispone espressamente che la reintegrazione delle condizioni precedenti al danno può essere disposta solo su domanda della parte danneggiata. La condanna al ripristino dei luoghi a spese del responsabile assume poi una posizione dominante e rilevante anche secondo il pensiero della Corte di Cassazione, la quale ritiene essa la misura privilegiata da adottare, anche in via preferenziale rispetto alla condanna al risarcimento in denaro, poiché ritenuta l’unica modalità in grado di sopprimere la fonte dell’evento dannoso. Un altro dubbio da chiarire riguarda l’espressione “ove possibile” riferita al ripristino della situazione ambientale. Si potrebbe pensare in questo senso a una semplice possibilità di tipo naturale e materiale, andando a escludere qualsiasi tipo di valutazione circa la convenienza economica di tale operazione, escludendo cioè che il giudice possa disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta onerosa in maniera eccessiva per il debitore. La sola valutazione circa la convenienza economica è comunque esclusa; d’altro canto, invece, la valutazione di “possibilità” circa una valutazione comparativa non è esclusa. Ci sono casi, ad esempio, in cui la riduzione in pristino dei luoghi è possibile dal punto di vista tecnico, ma pur sempre a costi elevatissimi o comunque totalmente sproporzionati rispetto alla vicenda, mentre l’interesse primario non è quello della riduzione in pristino (ad esempio, ricreare un boschetto sopra la discarica abusiva), bensì quello di evitare che dalla situazione che dà luogo al danno ambientale possano derivarne ulteriori danni alla salute o all’equilibrio ecologico (quindi bonificare la discarica), cosa che può essere fatta a costi estremamente inferiori o quantomeno sproporzionati rispetto alla concreta vicenda. Pertanto, in tali casi sarebbe illogica la condanna al ripristino globale, mentre una condanna alla semplice bonifica a spese del responsabile, da un lato non può più ritenersi imposta a norma di legge, mentre dall’altro lato potrebbe risolversi in uno sconto per il responsabile. La valutazione di “possibilità” rimessa dalla norma al giudice è dunque una valutazione volta a comparare i diversi interessi in gioco, in cui la fattibilità materiale ed ecologica non fa scomparire la fattibilità dal punto di vista economico. Tra l’altro, spetta anche alla pubblica amministrazione dimostrare al giudice la non possibilità  (di nuovo, nel senso della non convenienza sotto il profilo di una valutazione comparativa) della condanna al ripristino, perché, ad esempio, è preferibile ottenere il risarcimento per equivalente e poi bonificare l’area interessata assieme ad altre aree.

 

 

 

SIMONE RICCI

Continua: Il risarcimento diretto





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