Modelli di politica fiscale


Introduzione

La politica fiscale, nell’ambito delle teorie della politica economica, viene generalmente vista e intesa come uno dei principali strumenti di stabilizzazione. C’è però anche da dire che non esiste in questo senso solo l’obiettivo della stabilizzazione del mercato: infatti, vi è anche un’offerta di beni pubblici, delle politiche volte alla redistribuzione del reddito e di assicurazione sociale e, infine, un finanziamento volto alla cosiddetta “riduzione delle distorsioni”. È soprattutto quest’ultimo punto a porre i maggiori problemi, ma non si tratta di una semplice riduzione delle distorsioni del mercato, ma anche di temi legati all’equità (in questo contesto assumono una certa rilevanza le imprese pubbliche). Ognuno di questi ambiti va poi a finire nel bilancio pubblico dello Stato.

Il problema della solvibilità del settore pubblico

La solvibilità del settore pubblico è rappresentata sostanzialmente da un’uguaglianza tra entrate e spese. La solvibilità non è nient’altro, dunque, che la capacità di bilanciare questi due fattori, presenti e futuri (il loro valore attuale), sommati alla situazione patrimoniale netta iniziale. Un’analisi di solvibilità fatta però in questo modo ha il difetto di contare troppo sulle aspettative future. È quindi una solvibilità che rappresenta una condizione che tende a escludere i cosiddetti “giochi di Ponzi” (si tratta sostanzialmente di finanziamenti di investimenti effettuati tramite una maggiore emissione di debito: è dunque un investimento fraudolento che prende il nome da Charles Ponzi, noto per aver utilizzato questo schema dopo essere emigrato dall’Italia agli Stati Uniti nel 1903). Se dovesse valere questa condizione, non sarebbe più valida, come conseguenza, l’uguaglianza relativa alla solvibilità. Cosa accade se il settore pubblico mette a punto un tale tipo di piano? Il settore provvederà a non prestare o, comunque, a farlo a condizioni molto rischiose.

La sostenibilità

Anche la sostenibilità è un’altra precisa condizione di mercato, che ci informa che l’uguaglianza di solvibilità non fa rilevare il debito pubblico (in questo caso, infatti, c’è un limite all’indebitamento di un determinato paese). Questa condizione riguarda il livello del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo: un settore tende a consolidarsi nel caso in cui questo livello diventa costante. Come è ben noto, il Trattato di Maastricht, istitutivo dell’unione monetaria all’interno dell’Ue, ha fissato tale livello al 60%, ritenuto in questo modo adatto per poter appartenere all’area Euro. C’è anche da sottolineare quanto siano pericolose le crisi di solvibilità, dato che la crisi fiscale comporta problemi per soggetti come famiglie e banche. Neanche il settore pubblico è immune a queste crisi: in Europa esso ha pertanto giustificato degli standard omogenei, al limite del disavanzo.

Le diverse politiche fiscali

Il più grande problema relativo ai paesi industrializzati è rappresentato dalla crescita demografica. Più si è produttivi e, conseguentemente, più aumenta il peso dell’attività sul Pil (così come descritto da Baumol): in presenza di settori a diversa crescita, quello che ha una crescita minore continua ad esistere  in relazione al prezzo (tipici esempi in questo senso possono essere il teatro e l’opera, settori con bassa crescita dell’attività e, sempre a parere di Baumol, necessitano di essere sussidiati). Il peso di questi settori sul prodotto interno lordo tende a crescere e aumentare, proprio perché aumenta il prezzo relativo. In questo caso non si sta necessariamente provvedendo a una deindustrializzazione: tale problema è relativo allo Stato, il quale ha una bassa crescita dell’attività, che è causata dal cambiamento del prezzo relativo. Allora, sono importanti quelle politiche che riescono a favorire l’aumento delle attività. Quali sono queste politiche, che in politica economica vengono definite “politiche di rientro”? Vediamole insieme. 1.La prima politica di rientro parte dal presupposto che vi è poca alternativa al saldo primario positivo (si assiste in questo caso a un taglio alle spese e a un conseguente inasprimento delle tasse). 2.Le politiche di “i”. La lettera “i” in  politica economica rappresenta solitamente il tasso di interesse, quindi queste politiche riescono a contenerne i movimenti e le oscillazioni. 3.Le politiche di “g”. La lettera “g”, invece, rappresenta la crescita economica, dunque si tratta di politiche che favoriscono l’aumento della crescita. Ma bisogna anche dire che pensare a delle politiche che aiutano ad accrescere in maniera permanente il tasso di inflazione non è di certo una buona soluzione (l’aumento dell’inflazione comporta infatti anche un aumento del tasso di interesse). Riguardo alle politiche di “i”, il motivo per entrare nell’area dell’Euro per quei paesi che hanno dei problemi di credibilità economica, per così dire, è stato soprattutto il dover contenere il tasso di interesse verso un tasso unico (quando il premio di rischio cade, c’è un aumento dell’inflazione e un innalzamento del tasso di interesse). Per quel che invece concerne le politiche di “g”, queste sono delle politiche soprattutto di produttività. Si può riuscire a contenere in maniera agevole il livello tra debito pubblico e pil, aumentando in particolare la crescita (“g”), in quanto un aumento della crescita corrisponde a un aumento della produttività.

SIMONE RICCI

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