L’internazionalizzazione bancaria negli ultimi anni


Introduzione

Nonostante i nuovi insediamenti realizzati negli anni Settanta, la presenza estera dei nostri intermediari nei primi anni Ottanta era alquanto sottosviluppata. Il numero totale di filiali ammontava a 44, mentre le banche controllate erano undici e, per lo più, concentrate in Europa. Salvo alcune eccezioni di inizio secolo, la costituzione di sussidiarie e le acquisizioni di partecipazioni in enti creditizi stranieri già esistenti furono fenomeni circoscritti a qualche banca maggiore, benché nella seconda metà degli anni Sessanta le autorità di vigilanza avessero consentito la creazione di holding companies in Lussemburgo con funzioni di coordinamento gestionale e finanziario delle partecipate operanti sull’euromercato. Il processo espansivo acquistò dinamicità solamente nella seconda metà degli anni Ottanta, sotto la spinta di fattori propulsivi di varia natura, quali: 1)la graduale rimozione di vincoli regolamentari alla costituzione di unità operative estere; 2)l’aumento dell’importanza del mercato dei capitali all’interno del sistema finanziario e delle innovazioni finanziarie sviluppate sulle principali piazze finanziarie (fra cui spicca Londra, in particolare); 3)la crescente internazionalizzazione del sistema economico italiano e la necessità di fornire un supporto finanziario alle imprese maggiormente impegnate nell’interscambio con l’estero e in ancora sporadiche operazioni di delocalizzazione dell’attività produttiva. Infine, una parte rilevante delle attività di internazionalizzazione fu motivata dall’intensificazione dei processi di diversificazione dei portafogli finanziari delle famiglie italiane e si concretizzò in insediamenti nei centri specializzati nella gestione del risparmio (Lussemburgo e Svizzera), anche e soprattutto per i vantaggi offerti dal punto di vista fiscale.

 

La fine degli anni Ottanta

In questi anni si assistette all’aumento del numero sia delle filiali estere dislocate in Europa e nei principali centri finanziari internazionali, sia degli enti creditizi controllati. A questo fenomeno presero parte anche le banche di medie dimensioni che iniziarono ad aprire filiali, ponendosi in diretta concorrenza con quelle di maggiore dimensione e più spiccata vocazione internazionale. Quanto alle filiazioni bancarie, il loro numero passò da 11 nel 1980 a 28 nel 1989, risultando prevalenti quelle con sede legale in Europa; due terzi delle controllate era insediato in paesi europei. Considerazioni di carattere fiscale favorirono, inoltre, la localizzazione di un buon numero di controllate bancarie in Lussemburgo e nel Belgio. Sino alla fine degli anni Ottanta, l’attività prevalente delle banche italiane sui mercati internazionali era limitata al comparto wholesale. La forte incidenza dell’interbancario risultava principalmente connessa al ruolo svolto dalle banche italiane nel regolamento di pagamenti fra operatori residenti e controparti estere, mentre la crescente operatività sull’euromercato era per lo più collegata alle transazioni internazionali della clientela residente. Nettamente più debole si rivelava invece la posizione del nostro sistema in altri comparti dell’intermediazione, come nel caso dei prestiti sindacati, in cui la presenza degli intermediari italiani appariva prevalentemente correlata alle transazioni originate a favore di prenditori nazionali.

 

Gli anni Novanta dell’internazionalizzazione

Nella seconda parte degli anni Novanta, il sistema bancario italiano intraprende un processo di internazionalizzazione per molti versi innovativo e che interessa diversi ambiti operativi. Larga parte dello sviluppo estero osservabile a partire dal 1999 è riconducibile all’incremento delle finanziarie e, in misura più limitata, a quello delle filiazioni bancarie. L’apertura internazionale del nostro sistema bancario che si è andata delineando nell’ultimo decennio prende le mosse da un complesso variegato di fattori di cambiamento, di tipo push e pull. La necessità di assecondare economicamente la tendenza degli investitori italiani a diversificare il proprio portafoglio finanziario ha chiaramente determinato l’intensificazione degli insediamenti stranieri nell’area dell’asset management su piazze con fiscalità comparativamente più conveniente, quali l’Irlanda e il Lussemburgo. La creazione dell’UME e l’intensificazione dei processi di integrazione dei mercati europei hanno rappresentato, fra le altre, importanti occasioni di sviluppo sia dell’operatività all’estero in campo mobiliare e finanziario (merchant banking, negoziazione di titoli…), sia degli impieghi creditizi, dato il venir meno dei rischi di cambio connessi con l’attività internazionale intra-UME e la via via più evidente necessità di sostenere dal punto di vista finanziario la contemporanea espansione delle imprese italiane. Nell’ultimo decennio, gli scambi commerciali fra l’Italia e le economie in transizione dell’Europa centro-meridionale sono andati intensificandosi; analogamente, gli investimenti esteri diretti verso questi territori, e verso l’Europa dell’est, hanno iniziato ad assumere un ruolo di tutto rilievo. La delocalizzazione produttiva in essi realizzata è stata principalmente motivata dal bisogno di rendere più efficiente la frammentazione dei processi produttivi: fra gli operatori italiani, l’Europa orientale è risultata una meta ambita, anche in ragione della sua vicinanza geografica e culturale e delle aspettative collegate alle politiche poste in essere dai governi di questi paesi allo scopo di favorirne lo sviluppo socio-economico. Questa presenza è alquanto variegata in quanto a forme organizzative di presidio territoriale (filiazioni, filiali e uffici di rappresentanza) e numericamente importante. Un’internazionalizzazione di questo tipo è originata da quella parallela della clientela, e delle imprese nello specifico, e si rende necessaria sia ai fini di customer retention, sia per limitare il tendenziale aumento dell’opacità dei clienti in conseguenza allo spostamento delle loro attività in altre nazioni.

 

 

 

 

SIMONE RICCI

Continua: Storia dell’internazionalizzazione bancaria





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