L’incidenza dei tributi


 

Introduzione

Nell’analisi degli effetti delle imposte, un posto di rilievo lo merita sicuramente l’individuazione della loro incidenza, vale a dire l’effettiva ripartizione dell’onere tra i contribuenti: l’incidenza, tra l’altro, differisce dalla percussione dei tributi, ovvero l’individuazione formale di tutti quei contribuenti che sono tenuti al versamento del gettito all’erario. Il “peso” economico delle imposte non può comunque non esaurirsi con il gettito che viene trasferito alle finanze pubbliche; altre perdite economiche possono infatti essere procurate ai contribuenti e sono connesse con le distorsioni indotte nelle loro scelte. Per poter distinguere i diversi effetti, sembra opportuno considerarli separatamente e, quindi, limitarci all’analisi delle conseguenze che sono direttamente connesse con il versamento del gettito.

 

Precisazioni preliminari

Anche in ragione di quanto poc’anzi spiegato, possiamo dire che l’analisi economica dell’incidenza richiede sicuramente alcune precisazioni preliminari. Vediamole una per una. 1)La scelta della definizione di incidenza. In questo senso possiamo individuare tre definizioni diverse di incidenza: a.l’incidenza assoluta è contraddistinta dalla possibilità di esaminare gli effetti distributivi di una modifica tributaria, mantenendo costante la spesa pubblica, con conseguenze quindi sul saldo del bilancio pubblico, che non vengono però considerate nella valutazione complessiva; b.l’incidenza differenziale segue invece un diverso criterio metodologico, analizzando i cambiamenti distributivi che si verificano sostituendo un’imposta con un’altra, a parità di gettito e con spesa pubblica costante; c.l’incidenza di budget considera infine l’effetto combinato delle variazioni dell’imposta e della spesa, ossia la distribuzione effettiva sia dell’aumento (o della diminuzione) dell’imposta sia della corrispettiva variazione della spesa. 2)Il modello di funzionamento degli aspetti, a tal fine rilevanti, del sistema economico. È ovvio che gli effetti economici di modifiche tributarie possono essere valutati solo sulla base di una visione del funzionamento del sistema economico. L’analisi dell’incidenza assume una precisa rilevanza, anche dal punto di vista metodologico, con gli economisti cosiddetti “classici”. Il modello classico attribuisce infatti un’importanza fondamentale alla distribuzione (funzionale) del reddito: di conseguenza, lo studio dell’incidenza cerca di stabilire come l’onere del finanziamento della spesa pubblica (improduttiva) si ripartisce tra profitti, rendite e retribuzioni (sostanzialmente corrispondenti alle parti di sovrappiù spettanti alle classi dei capitalisti imprenditori, dei proprietari fondiari e dei lavoratori). 3)Il tipo di tributo interessato.

 

Un breve richiamo dell’analisi ricardiana dell’incidenza

Gli economisti classici considerano la spessa pubblica come “improduttiva”, ma non inutile e bisogna provvedere a finanziarla attraverso dei prelievi coattivi, i tributi. Fu David Ricardo a sviluppare l’analisi rigorosa degli effetti delle imposte nel modello classico di funzionamento dell’economia. Anzitutto bisogna considerare il breve periodo (sostanzialmente definibile come quello in cui non muta lo stock di capitale) e diversi tipi di imposizione. L’imposta commisurata alla rendita (cioè con percussione sul proprietario terriero) incide sui proprietari dei terreni a produttività superiore a quella del terreno marginale. Questo risultato deriva dall’offerta fissa (rigida) della terra coltivabile, tutta necessaria alla sopravvivenza della popolazione lavorativa (remunerata con salari di sussistenza) e alla perfetta concorrenza tra i coltivatori-agricoltori (imprenditori) che offrono per la disponibilità della terra prezzi correlati alla differenza tra la produttività dei terreni inframarginali e di quello marginale. Per qualunque tipo di terreno inframarginale, la domanda degli agricoltori è perfettamente elastica e la rendita è data. L’imposta sui salari, invece, incide nel breve periodo sui profitti e, quindi, va a intaccare la capacità di accumulazione del sistema. Questo si verifica perché un’imposta commisurata alle retribuzioni (non ha importanza se essa viene versata dai datori di lavoro o dai percettori di salario) comporta, se queste sono fissate al minimo di sussistenza, un aumento dei salari monetari. Dato che rimane fissa l’entità della rendita, in relazione alle necessità di assicurare la sopravvivenza di una data popolazione, l’incidenza non può che ricadere sui profitti e, dunque, in via principale sull’investimento (lo stock di capitale tenderà a crescere), salvo la parte minore dei profitti destinati ai consumi improduttivi dei capitalisti. La rigidità dell’offerta di lavoro nel breve periodo implica soprattutto questo tipo di conseguenza. L’imposta sui profitti, nelle stesse condizioni, ha lo stesso effetto e la stessa incidenza di un’imposta sui salari. Dato che, secondo Ricardo: “una tassa sui salari è di fatto una tassa sui profitti, si può concludere che sia di minima importanza se viene tassato il profitto dello stock di capitale o i salari lavorativi. Nel lungo periodo, invece, le imposte sui salari e sui profitti potrebbero, per via parzialmente diversa, comportare (data la tecnologia produttiva), a causa della minore accumulazione, una riduzione della popolazione: vi sarebbero infatti un minor fondo di salari e una minor domanda di lavoro, fino al punto in cui il fondo salari stesso verrà distribuito tra un numero inferiore di lavoratori e il salario di mercato non sarà tornato al livello di sussistenza. Questo tipo di analisi dell’incidenza è comunque abbandonata dall’approccio marginalista; l’attenzione allora si sposta sulle decisioni individuali di consumatori e venditori, non vincolati dall’economia della sussistenza e dall’accumulazione. L’analisi acquista in questo caso una maggiore libertà e perde la possibilità di raggiungere delle conclusioni così nette.

 

 

 

SIMONE RICCI

Continua: L’equilibrio parziale dei tributi





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