L’equilibrio parziale dei tributi


Introduzione

La distribuzione effettiva del tributo può essere valutata rispetto a qualche criterio di equità verticale e/o orizzontale se si fa riferimento all’incidenza sui singoli contribuenti. È quindi ovvio che l’adozione dell’individualismo metodologico ha esercitato una spinta ad approcci di analisi degli effetti delle imposte che fossero adatti ad affrontare tali questioni. Gli effetti delle imposte si propagano attraverso le più che numerose relazioni che caratterizzano l’intero sistema economico; di conseguenza, l’incidenza delle imposte va correttamente cercata in un contesto di equilibrio parziale (che si limita, cioè, a considerare gli effetti che si manifestano nel solo mercato in cui l’imposizione dapprima viene applicata) consente spesso di individuare gli effetti di gran lunga più importanti, specialmente dal punto di vista che ci interessa maggiormente, ovvero quello della distribuzione effettiva del gettito versato all’erario.

 

L’analisi dell’equilibrio parziale

È per queste ragioni che ci si occupa di tale tipo di analisi, di certo incompleta, ma efficace per riuscire a delineare le principali caratteristiche dell’incidenza dei tributi attraverso il funzionamento dei mercati dei prodotti. Va ricordato, anzitutto, che l’analisi di equilibrio parziale è di tipo a-temporale e non consente perciò di confrontare gli effetti che si manifestano nella realtà con diversa scansione temporale. Questo contesto è senz’altro adatto ad esaminare gli effetti delle imposte connesse con (e prelevate in occasione di) scambi di prodotti (si tratta di imposte indirette), meno per quelle prelevate sui rendimenti dei fattori di produzione, che, con poche eccezioni, hanno natura di imposte dirette. L’incidenza dipende sostanzialmente da alcuni fattori: 1)gli aspetti formali del tributo stesso; 2)le caratteristiche peculiari della domanda e dell’offerta del prodotto che è stato scambiato; 3)la struttura del mercato del prodotto. Gli ultimi due elementi non sono indipendenti (bisogna infatti dire che l’elasticità della domanda e dell’offerta non possono prescindere dal maggiore o minore grado di competitività del mercato considerato), ma sembra utile un’analisi distinta per meglio comprendere le diverse determinanti dell’incidenza tributaria.

 

Imposte sugli scambi di prodotti in mercati competitivi

L’offerta in questo caso è a costi crescenti e sia l’offerta che la domanda sono il risultato della somma orizzontale delle domande e delle offerte espresse da singoli compratori – venditori operanti in un mercato concorrenziale. L’introduzione di un’imposta specifica (vale a dire commisurata alla quantità di bene scambiata) che percuote il venditore, ossia il cui gettito deve essere versato da questi all’erario, comporta un innalzamento dell’offerta di prodotto. Nelle stesse condizioni di partenza, se il tributo dovesse essere versato dagli acquirenti, il risultato sostanziale non cambierebbe: l’incidenza, in questo caso, verrebbe ripartita allo stesso modo tra compratori e venditori. Il gettito è lo stesso, l’incidenza si ripartisce allo stesso modo tra compratori e venditori e l’unica differenza è nella riscossione e nel versamento successivo del tributo; sono gli acquirenti, dunque, che in occasione dello scambio, devono “raccogliere” il gettito e versarlo conseguentemente all’erario. L’incidenza dell’imposta va a ricadere sui compratori in relazione diretta con l’elasticità dell’offerta e inversa con l’elasticità della domanda, e viceversa nei confronti dei venditori. Quanto più la domanda del prodotto è rigida, tanto più i consumatori debbono subire l’aggiunta di prezzo determinato dall’imposta perché non possono ridurre in maniera considerevole i consumi. Nel caso limite di domanda completamente rigida, l’aumento del prezzo pagato è pari all’imposta unitaria e la quantità scambiata non si modifica. Come esempi, si può pensare al sale, nel tempo precedente l’invenzione del frigorifero, o al grano alla fine dell’Ottocento: in quell’epoca, l’introduzione in Italia dell’imposta sul macinato (imposta specifica sul grano prelevata presso i molitori), trasferendosi in misura completa sui consumatori, determinò drammatiche rivolte contro l’aumento del prezzo del grano. Al contrario, se si vogliono scoraggiare consumi ritenuti “nocivi”, come il tabacco, o dannosi per l’ambiente, la conoscenza della elasticità può permettere di calibrare le aliquote nella misura idonea ad avvicinarsi al livello politicamente  desiderato di tali consumi.

 

In regime di monopolio

L’analisi del monopolio si presenta come una sorta di caso estremo, ma tutti i cosiddetti “regimi intermedi” (tra monopolio e concorrenza perfetta) sono caratterizzati dalle stesse regole di comportamento degli agenti economici: massimizzazione del profitto (anche di breve periodo) per i venditori-produttori, massimizzazione dell’utilità per gli acquirenti-consumatori, naturalmente sotto diversi vincoli (tra i quali è possibile l’interdipendenza con le scelte di altri agenti economici). Per quel che riguarda invece un regime di concorrenza monopolistica, il mercato è caratterizzato come segue: 1)un grande numero di imprese, che assicura, come nella concorrenza, l’indipendenza tra le scelte degli imprenditori; 2)i prodotti offerti appaiono, per varie ragioni, differenti, mentre sono sostanzialmente identici dal punto di vista merceologico; 3)i costi di produzione dei prodotti sono identici per tutte le imprese (si tratta dell’assunzione di “uniformità”); 4)le imprese sono, nel proprio segmento di mercato, price makers; 5)gli effetti di ogni modifica di prezzo o altre caratteristiche del prodotto di ogni impresa sono diffusi estesamente e impercettibilmente su tutte le altre imprese, quindi nessuna impresa è sostanzialmente interessata dall’azione di un’altra impresa (ipotesi di indipendenza); 6)non esistono barriere all’entrata di altre imprese nel mercato.

 

 

SIMONE RICCI

Continua: L’incidenza dei tributi





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