Le politiche del lavoro e dello sviluppo

Filomena Spisso
  • Autore - Laurea in scienze politiche

Introduzione

Sebbene tradizionalmente l’aumento dell’occupazione venga considerato come uno dei quattro obiettivi classici della politica economica (unitamente a quello della crescita del reddito, della stabilità monetaria, e dell’equilibrio dei conti con l’estero), la sua relazione con l’obiettivo della crescita non è chiaramente definita. Ancor più questa relazione rimane indefinita quando si pone

all’interno di politiche che abbiano lo specifico obiettivo dello sviluppo, considerato sia sotto il profilo locale che sotto profili più estesi. Dal punto di vista teorico la relazione potrebbe essere interpretata in termini di dilemma tra due alternative opposte. La prima è che l’obbiettivo delle

politiche di sviluppo sia costituito dalla massimizzazione del reddito, o del suo tasso di crescita; la seconda è che l’obiettivo sia costituito dalla massimizzazione dell’occupazione (o del suo tasso di crescita). Dal punto di vista operativo tale dilemma potrebbe configurarsi come problema di scelta o tra tecniche (o traiettorie tecnologiche) alternative, o tra settori di attività alternativi.

 

Le varie posizioni in campo

Se osserviamo alla luce di queste premesse la posizione dell’Unione Europea, non andiamo lontano dal vero affermando che le politiche economiche adottate durante il processo di unificazione abbiano per lungo tempo escluso dalle variabili-obiettivo quella della crescita occupazionale (privilegiando addirittura strumenti, quali il bilancio pubblico, elevati al rango di obiettivi). Anzi, proprio il controllo dell’occupazione (e del tasso di crescita) mediante politiche monetarie e fiscali ha spesso operato come variabile strumentale nei confronti delle privilegiate variabili-obiettivo della stabilità monetaria, dell’equilibrio dei conti con l’estero e soprattutto dei conti pubblici. Di ciò è rimasto il segno delle dinamiche dell’occupazione nei paesi europei e particolarmente nell’Italia, caratterizzata da più stringenti vincoli in relazione ai suddetti obiettivi. Questa espulsione della crescita occupazionale dal ventaglio degli obiettivi della politica economica ha costituito la base di una persistente dissociazione tra politiche di sviluppo e politiche dell’occupazione, nel duplice senso che alle politiche di sviluppo non sono state associate politiche del lavoro e che, reciprocamente, le politiche dell’occupazione sono state concepite (quando sono state concepite) al di fuori delle politiche di sviluppo (anzi, spesso come una sorta di alternativa microeconomica a queste quando la presenza di vincoli esterni ed interni considerati come dati imponeva una inibizione della crescita economica).

 

Un po’ di storia normativa

Già nel Consiglio Europeo di Essen , nel dicembre 1994, venne individuata una serie di azioni specificamente finalizzate a favorire l’occupazione. Successivamente, nel Consiglio di Firenze del 1996 venne approvata l’iniziativa della Commissione denominata “Azione per l’occupazione in Europa: un patto di fiducia”, che si proponeva di stimolare tutti gli Stati membri e tutti gli attori economici verso l’adozione di strategie comuni a favore della crescita dell’occupazione. Anche il documento “Agenda 2000”, elaborato nell’anno successivo, nel delineare le grandi prospettive di sviluppo dell’Unione formulava espliciti riferimenti alla necessità di creare le condizioni per la crescita dell’occupazione. Con il trattato di Amsterdam, del luglio 1997,  per la prima volta gli interventi per la crescita dell’occupazione vengono formalmente inseriti fra le priorità dell’azione comunitaria: gli Stati sono chiamati a programmare misure di lotta alla disoccupazione in linea con gli orientamenti delineati a livello comunitario e a darne conto alla Commissione, la quale valuta le attività svolte e i risultati conseguiti. Un apposito titolo dedicato all’occupazione (il Titolo VIII) viene inserito nel trattato e l’obiettivo di raggiungere “un elevato livello di occupazione” viene esplicitamente inserito tra gli obiettivi dell’Unione Europea. Nella successiva riunione straordinaria del Consiglio svolta a Lussemburgo nel novembre 1997 e dedicata all’occupazione prende corpo una Strategia Europea per l’Occupazione (SEO) fondata su quattro linee direttrici. Queste sono ben note, ed è appena necessario richiamarle; si tratta della “occupabilità” (miglioramento della capacità di trovare occupazione), della “imprenditorialità” (creazione di nuove attività imprenditoriali), della “adattabilità” (intesa come reciproco processo di avvicinamento tra imprese e mondo del lavoro e come sviluppo di processi di codecisione tra le parti sociali) e della “pari opportunità” tra maschi e femmine. Il cosiddetto “processo di Lussemburgo” prevede che la Commissione formuli ogni anno delle linee-guida (guidelines) nell’ambito di ciascuna linea direttrice e che sulla base di queste i singoli paesi formulino i Piani di Azione Nazionali (NAP) per l’occupazione. La Commissione procede poi a stilare un rapporto annuale sull’occupazione (Joint Employment Report) e a formulare raccomandazioni (Recommendations) a ciascuno Stato membro. Questa struttura sembra in apparenza definire un meccanismo stringente di inserimento di obiettivi occupazionali nella politica economica, ma a ben vedere si tratta semplicemente di un sistema debole di dichiarazione di buone intenzioni. Infatti, in primo luogo esso non contiene una definizione di obiettivi. Una rimodulazione compiuta dalla Commissione Europea nel 2003 ha ridotto a tre i pilastri della strategia di Lisbona (pieno impiego, qualità e produttività del lavoro, coesione e inclusione sociale) e individuato dieci linee guida: 1) misure attive e preventive per disoccupati e inattivi; 2) job creation e imprenditorialità; 3) promozione del cambiamento nel mercato del lavoro; 4) sviluppo del capitale umano e della formazione permanente; 5) aumento dell’offerta di lavoro e promozione dell’invecchiamento attivo; 6) eguaglianza tra i generi; 7) integrazione e lotta contro la discriminazione verso i soggetti svantaggiati; 8) lavoro da rendere attraente tramite incentivi; 9) trasformazione dell’occupazione irregolare in regolare; 10) superamento delle disparità regionali nell’occupazione.

 

 

 

SIMONE RICCI