Le crisi economiche del 1700


“Nulla è così pernicioso per l’equilibrio di una persona che vedere un amico diventare ricco” usava ripetere il famoso storico economico Charles Kindleberger per spiegare quelli che sono i meccanismi spesso irrazionali delle cosiddette bolle speculative. Londra, la quale era divenuta la nuova capitale economica (qui, dal 1694, operava la Bank of England, seconda banca centrale dopo la svedese Riksbank), fu il teatro, all’inizio del diciottesimo secolo, di una delle prime grandi crisi provocate dalla speculazione, ovvero dalla corsa alla ricchezza facile. Il meccanismo spiegato così argutamente da Kindleberger agì anche durante la cosiddetta “bolla della Compagnia dei Mari del sud”.

I primi “furbetti” della storia

La compagnia dei mari del sud, nota con la sua denominazione anglosassone “South Sea Company“, era un’importante società commerciale dell’Inghilterra, nata nel 1711 con grandi speranze e promesse. Spagna e Gran Bretagna stavano vivendo uno dei loro rari momenti di tregua dalle continue guerre ed è proprio in questo preciso momento che la compagnia riesce ad ottenere la concessione relativa ai traffici commerciali con l’America Latina. La speranza borsistica della compagnia dei mari del sud si basava in sostanza su questo presupposto e sulle numerose aspettative create dalle ricchezze presenti oltreoceano: la nuova impresa commerciale sembrava destinata a risolvere in maniera definitiva tutti i problemi finanziari della Gran Bretagna, tra cui un consistente debito pubblico che ammontava ad oltre 30 milioni di sterline di allora. La compagnia si è resa garante dell’accollo totale di tale debito, rilasciando in cambio ai vari creditori una quantità spropositata di propri titoli, assicurandosi, in tal modo, anche una rendita fissa dallo Stato. La South Sea Company non aveva ancora cominciato i suoi viaggi verso i promettenti territori del Sud America, ma le proprie obbligazioni erano già state sottoscritte da moltissimi soggetti, grazie in particolare ad una “pubblicità” senza precedenti. Dunque, la compagnia si indebitò immediatamente con questi investitori (al giorno d’oggi diremmo che essa aveva un elevato leverage, ovvero la proporzione tra capitale proprio e capitale fornito dai terzi). Le grandi aspettative di una ricchezza facile e sicura si allargarono; si prevedeva che a breve la Spagna avrebbe sicuramente aperto i mercati sudamericani ai prodotti inglesi e ci fu di conseguenza una folle corsa all’acquisto dei titoli della compagnia. Anche lo stretto entourage del regno aveva investito ingenti somme nell’impresa. Entrando nel dettaglio dei dati, il titolo della South Sea Company passò da 128 sterline ad oltre 1000 sterline nel 1720. Ma già dopo un mese dal boom del titolo, le azioni crollarono improvvisamente, tornando quasi alla quota iniziale (150 sterline). Il motivo di un declino così repentino è presto spiegabile: le premesse iniziali dell’impresa commerciale stavano via via venendo meno e fu il panico tra gli investitori. Una inchiesta parlamentare, convocata immediatamente dal parlamento, mise in luce frodi e la diffusione di molte notizie false da parte dei responsabili della compagnia (oggi si parlerebbe di insider trading). Molte persone finirono sul lastrico, avendo investito gran parte dei loro risparmi in questa iniziativa; persino Isaac Newton fu travolto dallo scoppio della bolla. La Banca d’Inghilterra risolse in qualche modo la situazione, attivando iniezioni di liquidità: per la prima volta si promossero leggi per limitare il libero mercato.

 

Il crac della Compagnia del Mississippi

Una bolla speculativa analoga a quella descritta in precedenza per quanto riguarda il Regno Unito, scoppiò negli stessi mesi anche in Francia, quando si verificò il crollo della Compagnie du Mississippi, società che era stata fondata da un economista e banchiere scozzese davvero particolare, il cui nome sarebbe poi divenuto celebre nella storia economica: John Law. Questi era appena arrivato in suolo francese ed era già riuscito ad entrare nelle grazie della corte. Law aveva ideato un sistema finanziario basato esclusivamente sulle banconote e non sulle monete d’oro e tentò proprio in Francia un esperimento: emettere banconote che avevano la garanzia della sua banca e della Compagnie, la quale aveva ottenuto il pieno controllo dei commerci con l’America. Tra il 1719 e il 1720 le azioni della società aumentarono di oltre trenta volte. La Compagnie riuscì ad accumulare una somma spropositata, ben 7,5 miliardi di lire francesi di allora. Una somma di denaro letteralmente folle se si pensa che il bilancio dello stato francese nel ‘700 ammontava a 150 milioni e il suo debito era pari a 1,6 miliardi di lire francesi. Come nel caso dell’Inghilterra, anche qui si verificò il rilevamento del debito da parte della Compagnie. C’è da notare che l’acquisto del debito è una costante delle crisi di ieri e oggi: pensiamo infatti alla crisi attuale, provocata in gran parte dalla cessione di debiti fra le banche (le cose non sono cambiate di molto in trecento anni!). L’iniziativa della Compagnie si rivelò un completo disastro per i tantissimi investitori, anche per quelli più piccoli: John Law fu cacciato, ma la società commerciale continuò ad esistere, finchè non arrivo il tempo della sua nazionalizzazione, avvenuta verso la fine del diciottesimo secolo, agli albori della Rivoluzione Francese.

Simone Ricci per BorsaeDintorni.it

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