Le banche estere in Italia


L’internazionalizzazione in entrata nel sistema bancario italiano

L’espansione all’estero ha un ruolo fondamentale nella strategia di crescita di ogni ente creditizio, una strategia che di solito si differenzia enormemente da banca a banca e si modifica nel corso del tempo, soprattutto in quei periodi in cui l’attività finanziaria è soggetta a continui e rapidi mutamenti. Le ragioni che inducono una banca straniera ad operare in Italia, attraverso le diverse soluzioni organizzative sono del tutto analoghe a quelle che la letteratura economica ha individuato nell’analisi dell’allargamento della sfera operativa al di fuori dei confini nazionali di un operatore creditizio. Almeno due, storicamente, sono le determinanti che presiedono le decisioni in merito all’area geografica entro la quale insediarsi al di fuori dei confini nazionali: 1)il primo fattore deve essere ricondotto al volume di affari che la filiale estera è in grado di svolgere a favore di imprese che sono già clienti nel mercato di origine o che lo potrebbero diventare in virtù di particolari servizi loro offerti (queste imprese, in ragione dei rilevanti flussi di scambi internazionali con altre realtà, necessitano di assistenza finanziaria, diretta o indiretta, all’interno dei paesi coi quali intrattengono delle relazioni commerciali); 2)il secondo fattore fa invece riferimento alle peculiarità, attuali e prospettiche, del sistema creditizio nel quale la banca vuole insediarsi (tra i diversi elementi che condurranno a una decisione positiva vi possono essere il modesto grado di concorrenzialità, lo scarso grado di sofisticazione dei prodotti e dei servizi offerti, un livello minimo di internazionalizzazione sino a quel momento conseguito, un’elevata contendibilità delle strutture proprietarie degli istituti di credito in esso operanti, la posizione delle autorità di vigilanza nei confronti degli insediamenti di intermediari esteri).

 

Il caso italiano: le ragioni di una presenza

Con riguardo al caso italiano, si può affermare che l’elevato interscambio commerciale del nostro paese, nonché la presenza diffusa di importanti società multinazionali, hanno giocato un ruolo di tutto rilievo nelle decisioni di insediamento di numerose banche estere, soprattutto di matrice anglosassone negli anni Settanta e Ottanta. Negli anni successivi, e almeno fino alla fine del decennio, si è invece assistito a un certo ridimensionamento della presenza estera nel nostro paese, più marcata per quanto riguarda le istituzioni creditizie britanniche e statunitensi. I primi anni Novanta vedono invece una decisa ripresa degli insediamenti di banche straniere, in particolare di quelle dei paesi dell’area comunitaria.

 

La presenza bancaria estera in Italia: un sistema “a due facce”

La creazione di un mercato unico a livello europeo è un obiettivo che, nonostante l’introduzione della moneta unica e il progressivo adattamento della legislazione in materia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Esistono numerosi fattori che solitamente influenzano la decisione di allargare la propria operatività al di fuori dei confini nazionali, benché ne sia riconosciuta la loro non facile definizione e, soprattutto, una certa difficoltà a misurarne l’incidenza sulle performance reddituali ottenute. Una influenza negativa viene indubbiamente esercitata da fattori quali il modesto livello di sviluppo finanziario del paese, lo scarso livello di liquidità del sistema, l’elevata densità di sportelli per abitanti, la presenza di una normativa di controllo complessa e articolata: in presenza di queste determinate condizioni le istituzioni domestiche sono di solito avvantaggiate e diminuisce in maniera sensibile l’attrazione da parte degli operatori a un loro possibile insediamento nel mercato. Sono stati individuati in proposito due indicatori che prendono in considerazione il numero di filiali e di affiliate (subsidaries) di banche estere che sono presenti all’interno di una determinata realtà nazionale: a.l’indice di apertura verso l’estero (I_Ap), che viene ottenuto andando a rapportare la somma delle filiali e delle subsidaries  estere presenti  in un determinato paese con il totale delle banche ivi operanti (più è elevato il risultato e maggiore appare il grado di apertura del paese considerato verso l’estero); b.l’indice di integrazione (I_In), che invece risulta dal rapporto tra il numero di filiali estere e la somma di filiali e affiliate all’interno di una determinata realtà nazionale (anche in questo caso, un elevato valore dell’indice mostra come vi sia un buon grado di integrazione con i sistemi bancari degli altri paesi).

 

Le banche estere in Italia: verso una nuova forma di presenza?

L’interesse mostrato verso il sistema bancario del nostro paese da parte delle istituzioni creditizie estere non è mai venuto meno nel corso degli anni. La decisione di realizzare una subsidiary ha infatti sempre caratterizzato le strategie di espansione delle maggiori banche attive a livello internazionale. Malgrado si sia ancora lontani dal poter affermare che nel nostro sistema creditizio esista una preponderante proprietà estera, parimenti è importante monitorare con una certa attenzione il fenomeno. Il timore è quello che gli importanti flussi di risparmio raccolti dagli intermediari esteri vengano “distratti” da un loro proficuo impiego nelle attività economiche del nostro paese per essere utilizzati al di fuori dei confini nazionali, nell’ambito di economie in più rapida crescita e con maggiori opportunità di rendimento, privando così le nostre imprese delle risorse finanziarie per un loro concreto ed effettivo sviluppo.

 

 

Simone Ricci

Continua: L’internazionalizzazione bancaria negli ultimi anni





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