Le altre categorie di titoli di Stato


Altre categorie “fuori moda”

Nel corso dei decenni il Tesoro ha spesso proposto anche altre categorie di titoli di Stato, in alternativa a quelli più tradizionali: essi però non hanno avuto successo, tanto che la loro emissione è stata interrotta quasi immediatamente. A puro titolo informativo riportiamo una breve sintesi di questi strumenti.

I Cto

I Cto, ovvero i Certificati del Tesoro con Opzione, erano sostanzialmente dei titoli che avevano una durata di sei anni e un tasso fisso. Essi prevedevano, come dice anche il loro nome, un’opzione che dava la facoltà al risparmiatore di chiedere dopo tre anni il rimborso anticipato del capitale. A questa data, infatti, il sottoscrittore doveva scegliere se chiedere il rimborso o rinnovare il prestito alle stesse condizioni per un periodo analogo. Ovviamente la scelta era strettamente legata e connessa all’andamento dei tassi in quel determinato periodo. In presenza di tassi di mercato più remunerativi di quelli fissati al momento della sottoscrizione dei Cto, il risparmiatore aveva dunque convenienza a chiedere il rimborso (investendo così il proprio denaro in strumenti più redditizi), mentre in presenza di tassi inferiori preferiva rinnovare i Cto, andandoli a portare fino alla loro scadenza. In questo caso, però, il Tesoro doveva continuare a pagare degli interessi superiori a quelli presenti sul mercato. Questi strumenti finanziari sono stati introdotti per tentare di allungare la vita media del debito, ma si sono rilevati, proprio per questo motivo, poco efficaci ed adatti nel perseguire tale obiettivo e sono stati ben presto abbandonati e messi da parte. Il Tesoro ha infatti smesso di emettere Cto già nel 1992, con l’intenzione di incentrare le emissioni a tasso fisso di lungo periodo solamente sui Buoni del Tesoro Poliennali. C’è anche da dire che gli ultimi Certificati del Tesoro con Opzione ancora in circolazione al momento della loro sospensione, sono giunti a scadenza nel 1998. Nelle tasche degli italiani non c’è più quindi nessuna traccia della loro presenza.

I Cte e i Bte

In questo caso stiamo parlando di Certificati del Tesoro e Buoni del Tesoro espressi in valuta ecu (European Currency Unit). Si è trattato dell’unico tentativo di emissione sul mercato domestico di titoli di Stato legati ad una valuta straniera. La divisa scelta in tal senso era, non a caso, l’ecu, ovvero l’unità monetaria convenzionale istituita nel 1979, all’indomani dell’entrata in vigore dello SME, il Sistema Monetario Europeo (le nazioni della CEE vincolavano le loro monete al fine di evitare fluttuazioni troppo ampie: il paniere ECU era composto infatti da valute che fluttuavano intorno al 2,25% attorno alla parità nei tassi di cambio). A partire dal 1992, anno in cui la lira è uscita dallo SME, il Tesoro ha di conseguenza provveduto a ridurre in maniera progressiva le emissioni di questa tipologia di titoli fino ad abbandonarle del tutto, anche perché divenute obsolete con l’introduzione dell’euro).

Come scegliere i titoli di Stato

Come abbiamo visto, anche i titoli di Stato possono col tempo divenire obsoleti ed essere abbandonati dal Tesoro. Per scegliere accuratamente e nella maniera giusta tra questi strumenti finanziari è necessario anzitutto verificare quelle che sono le aspettative sull’andamento del costo del denaro. Ma come si fa ad avere un’idea di dove stanno andando i tassi di mercato? È necessario in primo luogo rimanere sempre informati sulle mosse delle banche centrali, che hanno tra le loro funzioni appunto quella di regolare il costo del denaro in relazione all’andamento dell’economia e di altre variabili macroeconomiche. Ad ogni riunione della Fed, la banca centrale statunitense, o della Bce, la Banca Centrale Europea, vengono riportate le attese degli operatori, i quali spesso riescono ad anticipare le mosse dei governatori dei due grandi istituti. Già da questo è possibile farsi un’idea della direzione che avranno i tassi nei mesi a seguire. Fare una previsione a più lungo periodo è invece un’operazione molto più ardua, se non impossibile.

La curva dei rendimenti

Un altro strumento che ci può venire in aiuto nella previsione dell’andamento dei tassi è la cosiddetta curva dei rendimenti, la quale viene pubblicata giornalmente da alcuni quotidiani economici. La curva dei rendimenti si costruisce mettendo sull’asse orizzontale le diverse durate (dall’overnight, il tasso della giornata, fino alle scadenze più lunghe, anche trent’anni) e su quella verticale la scala dei rendimenti. Unendo il valore del rendimento dei titoli alle varie scadenze si ottiene una curva, appunto la curva dei rendimenti, che rappresenta il modo più immediato per vedere in che direzione si stanno muovendo i tassi del mercato. Tre sono gli andamenti che essa può assumere: 1) curva ascendente (i titoli a scadenza più ravvicinata presentano rendimenti più bassi, mentre per i titoli a più lunga durata i rendimenti sono più elevati); 2) curva discendente (è una situazione anomala e si verifica quando vi sono forti aspettative di ribasso dei tassi); 3) curva piatta (i rendimenti dei titoli a breve e quelli a lunga scadenza si equivalgono, sono cioè tutti sullo stesso livello: ciò esprime una situazione di stasi dei tassi, dove i mercati non hanno ancora assunto una posizione sulla direzione del costo del denaro).

Simone Ricci per BorsaeDintorni.it

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