La tassazione del danno ambientale


Introduzione

In linea di principio, quando si va ad ipotizzare il ricorso a nuove imposte e tassazioni con finalità ambientali, il gettito di tali tributi deve essere destinato in via preferenziale a quelle attività che sono volte al ripristino ambientale o all’incentivazione all’uso di tecnologie che siano meno inquinanti. La scelta della tassa ambientale deve inoltre rispettare il cosiddetto principio della neutralità fiscale, in modo tale che il carico fiscale non risulti troppo aggravato dall’introduzione di una nuova imposta che abbia una precipua finalità ambientale. Nell’ambito dei tributi ambientali più importanti, è quindi opportuno andare a distinguere i tributi ambientali in senso stretto da quei tributi che hanno invece una funzione ambientale: mentre per questi ultimi la finalità ultima è soprattutto quella di una protezione ambientale extrafiscale, il tributo ambientale in senso stretto è invece quello che presenta una relazione diretta tra il presupposto d’imposta e l’unità fisica (un tipico esempio è rappresentato dall’emissione di inquinamento) che può generare un danno all’ambiente.

 

Il panorama legislativo italiano

In ambito normativo, in Italia il problema del ricorso alla fiscalità ambientale si è posto in particolare verso la fine degli anni ’90, nell’ottica di un prelievo sostitutivo di quello ordinario e normale, lasciando comunque inalterata la pressione tributaria complessiva: in questo contesto, il ricorso a forme di prelievo fiscale ecologico come sostitutivo di altre forme di imposizione potrebbe contribuire a far emergere i reali costi dell’uso delle risorse ambientali e ad alleggerire il prelievo fiscale sul lavoro, il quale rappresenta un possibile disincentivo alla crescita dell’occupazione. In materia di rifiuti, si è in particolare proceduto nella direzione di un sistema di tassazione il cui obiettivo fosse quello di fornire la copertura integrale dei costi di gestione del ciclo dei rifiuti urbani e assimilati: il decreto Ronchi (il decreto legislativo 22 del 1997) ha in proposito introdotto un sistema tariffario per la copertura dei costi di servizio di smaltimento dei rifiuti, disponendo la soppressione della tassa per il servizio relativo allo smaltimento dei rifiuti urbani interni (la cosiddetta TARSU). Il nuovo sistema tariffario combina sostanzialmente l’obiettivo della copertura dei costi del servizio di smaltimento con il parametro di riferimento determinato dalla quantità dei rifiuti conferiti. Sulla base di questa tariffa di riferimento, i comuni possono dunque individuare il costo complessivo del servizio e quantificare la tariffa, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio. Questa riforma tariffaria contiene due aspetti che meritano di essere sottolineati: da un lato, la determinazione dell’ammontare della tariffa in relazione al parametro della quantità dei rifiuti conferiti è in grado di innescare un sicuro effetto di incentivo alla riduzione dei rifiuti prodotti; dall’altro, la gestione commisurata alla disponibilità di un piano finanziario costringe le amministrazioni comunali a introdurre un sistema di contabilità industriale volto a garantire buoni livelli di efficienza e economicità nella gestione del servizio.

 

La materia dei rifiuti

In questo ambito si deve ricordare sicuramente anche il cosiddetto tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi, il quale mira specificamente a riequilibrare le diseconomie esterne legate ai costi ambientali collegati alla prassi costante di far confluire la quasi totalità dei rifiuti solidi nelle discariche. L’obiettivo indirettamente perseguito dal tributo in oggetto è la disincentivazione alla produzione di rifiuti e l’incentivo alla diffusione del riciclaggio. Un obiettivo molto simile si può riscontrare anche nel contributo dovuto dai produttori e dagli utilizzatori di imballaggi che aderiscono al Consorzio Obbligatorio Imballaggi (CONAI): questi soggetti sono infatti tenuti al pagamento di un contributo ambientale per ogni chilogrammo di imballaggio che viene immesso nel mercato, al fine di coprire le spese necessarie per la raccolta, il riciclaggio e il recupero dello stesso. La finalità ambientale è poi anche presente nel canone per la raccolta e la depurazione delle acque di rifiuto: esso è dovuto a prescindere dall’effettiva prestazione del servizio, se è vero che l’obbligo tributario prescinde dall’eventuale assenza o mancato funzionamento del servizio. È stato altresì previsto che il gettito deve essere destinato in via esclusiva alla realizzazione e alla gestione di strutture preposte alla depurazione delle acque. Per quel che riguarda i tributi introdotti al fine di colpire le esternalità derivanti dalla produzione della plastica. Nel 1988 è stata istituita l’imposta di fabbricazione e la corrispondente sovraimposta di confine sui sacchetti di plastica, il cui obiettivo era quello di scoraggiare, fino al completo abbandono, l’uso di tali sacchetti: la scarsa efficacia deterrente di questa imposta e le difficoltà applicative riscontrate hanno portato all’abolizione della tassa stessa e all’istituzione di un contributo di riciclaggio sul polietilene vergine commercializzato sul territorio nazionale, destinato alla produzione di film plastici utilizzati nel mercato interno. Infine, un ultimo cenno lo merita senz’altro la cosiddetta Carbon Tax, ovverosia un contributo addizionale (è stata introdotta nel 1998) commisurato alla quantità di anidride carbonica emessa dalla combustione dei diversi prodotti energetici, con l’evidente finalità di costituire un continuum al Protocollo di Kyoto.

 

 

SIMONE RICCI

Continua: Tassa rifiuti più cara del 67% dal 2000





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