La crisi economica del 1929


Introduzione

“Mai un Congresso degli Stati Uniti, riunendosi per esaminare lo stato dell’Unione, si è trovato di fronte a una prospettiva più gradita  di quella che si presenta nel momento attuale. All’interno ci sono tranquillità e soddisfazione e le cifre primato degli anni di prosperità.” Così si esprimeva il presidente uscente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge, il 4 dicembre 1928. L’ottimismo del presidente era destinato a sgretolarsi solamente pochi mesi più tardi. La grande depressione che ebbe inizio nell’autunno del 1929 fu infatti la crisi economica più grave della storia degli Stati Uniti, di gran lunga peggiore dei tracolli verificatisi in precedenza. Per tre lunghi e terribili anni, l’economia puntò inesorabilmente verso il basso: miseria e mancanza di bisogni essenziali aumentarono in ogni parte del paese. I tentativi di porre un rimedio alla crisi furono lenti: passarono ben dieci anni prima che si potesse dire che la prosperità era tornata. La depressione coinvolse tutti gli stati industrializzati, ma negli Stati Uniti il crollo fu più rapido e imprevisto, anche perché negli anni venti il livello di vita nordamericano aveva raggiunto vertici mai sfiorati fino ad allora. Quali furono dunque le cause della grande depressione?

La situazione economica prima del 1929

Già prima del 1929 vi erano stati dei segnali preoccupanti circa lo stato di salute dell’economia americana: il primo di essi fu il crollo improvviso del prezzo dei terreni in Florida, nel 1926. Tuttavia, l’illusione che l’economia fosse in ottimo stato fu mantenuta dalla straordinaria vitalità del mercato borsistico. Le persone si convincevano ogni giorno di più che fosse possibile diventare ricchi in fretta, comprando soprattutto azioni, spesso con denaro a prestito, altre volte “a termine”, ovvero pagando solo una frazione del prezzo d’acquisto della transazione. Tutta questa speculazione fece salire l’indice azionario di Wall Street a livelli inauditi (in due anni, l’indice medio salì del 300%). Nell’autunno del ’29 la borsa era ormai fuori dalla realtà e molti operatori decisero di liquidare le azioni in loro possesso. Alla metà di settembre i prezzi calarono bruscamente e il 24 ottobre, giovedì (passato alla storia come “giovedì nero”), si registrò un vero e proprio tracollo quando i possessori di azioni, presi dal panico, cominciarono a vendere a qualsiasi condizione. Si cercò per qualche giorno di frenare la discesa, poi, il 29 ottobre la situazione peggiorò nuovamente: i guadagni di mesi svanirono in poche ore e  molti risparmiatori finirono in rovina. Ma non era finita. Per altri tre mesi i prezzi continuarono a declinare senza sosta. Il crollo della borsa di Wall Street segnò l’inizio di una crisi spaventosa dell’intera economia: le banche fallirono una dopo l’altra, molte famiglie persero ogni loro risparmio, addirittura i prezzi agricoli cominciarono a scendere sulla scia dell’andamento globale. Quei pochi lavoratori che mantennero il posto di lavoro si videro costretti ad accettare pesanti riduzioni dello stipendio. I disoccupati raggiunsero la cifra record di 7 milioni e non vi erano adeguate associazioni assistenziali per sostenerli.

La presidenza Hoover durante la depressione

Durante la campagna elettorale del 1928 il futuro presidente Herbert Hoover promise l’imminente e definitiva scomparsa della povertà: i fatti, come abbiamo visto, si fecero beffa delle sue speranze. Nel giro di pochi mesi apparve evidente che Hoover e i suoi programmi non erano all’altezza della situazione. Convinto che il problema fosse più di natura psicologica che economica, il presidente continuava a “sfornare” dichiarazioni rassicuranti e nella primavera del 1931 sembrò che avesse ragione: l’indice della produzione industriale riprese infatti a salire e il numerò dei disoccupati diminuì. Ma tutto fu vanificato da una nuova crisi: quest’ultima fu innescata dal fallimento della Kreditanstalt, una grande banca austriaca. Solo dopo il 1932 Hoover cominciò a cambiare idea, dando vita a provvedimenti volti a dare un po’ di ossigeno all’economia: il Glass-Steagall Banking Act autorizzò la vendita di oro a sostegno del dollaro, il Federal Home Loan Bank Act facilitò la concessione di finanziamenti all’edilizia, il Relief and Construction Act favorì i prestiti alle amministrazioni statali e municipali. Il presidente, comunque, si oppose sempre alla decisione di avviare l’assistenza federale diretta. La svolta si ebbe dopo le elezioni presidenziali del 1932 che videro trionfare il democratico Franklin Delano Roosvelt.

Roosvelt e il New Deal

Nel suo discorso in occasione della nomination presidenziale, Roosvelt si impegnò a dare un nuovo corso (appunto un “new deal”) al popolo americano. Nei quattro mesi successivi alla sua nomina le cose continuarono però a peggiorare. Roosvelt agì con decisione per risolvere la crisi delle banche, convocando d’urgenza il Congresso: il suo Emergency Banking Relief Bill sottopose tutto il sistema bancario americano al controllo dello Stato. Il periodo successivo, definito anche dei “cento giorni”, fu caratterizzato da attività frenetiche con l’adozione di provvedimenti importanti concernenti moltissimi campi (disoccupazione, agricoltura, industria, trasporti, banche…). Tra i piani più ambiziosi da segnalare vi è l’Agricultural Adjustment Act (1933), che sostenne i prezzi agricoli tenendo sotto controllo la produzione, il National Industrial Recovery Act (1933), il quale proponeva codici di comportamento alle imprese per evitare la concorrenza eccessiva e la Tennessee Valley Authority, per la ristrutturazione di quell’area degradata attraverso rimboschimenti e centrali idroelettriche. Nel 1938 il New Deal poteva dirsi concluso, nonostante un ancora elevato tasso di disoccupazione.

 Simone Ricci per BorsaeDintorni.it

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