La crisi dei tulipani olandesi


Introduzione

Il nome di Isaac Boxtel, floricoltore olandese del ‘600, ai più non dice molto. Eppure, questo signore fu al centro di una delle maggiori speculazioni della storia economica. Non si trattava certo di uno degli attuali finanzieri che giocano d’azzardo sui “pagherò” di mutui ad alto rischio, ma a suo modo anche lui “giocava”: giocava sui beni concreti, i tulipani. L’obiettivo di Boxtel era quello di dar vita e produrre un tulipano completamente nero; il suo intento era principalmente dettato dalla passione, ma anche il denaro rivestiva un ruolo importante in tutto l’affare. Infatti, la città di Harlem aveva promesso un premio di ben 100.000 fiorini, una cifra altissima per l’epoca, a chi avesse creato questo fiore impossibile. Il tulipano nero è ancora un miraggio, anche le varietà che vi si avvicinano di più, non sono propriamente di colore nero. Boxtel ricorse a tutti i metodi per riuscire nel suo intento, perfino all’omicidio. Sembra una storia inverosimile, e infatti Boxtel è il protagonista di un romanzo di Alessandro Dumas padre, appunto “Il tulipano nero”: una storia inventata dunque, ma l’ambiente è reale perché proprio nel XVII secolo l’Olanda fu al centro di una vera e propria “tulipmania” che portò alla creazione di moltissime varietà di questi fiori, facendone aumentare i prezzi in maniera eccessiva. Questa vera e propria bagarre diede vita alla prima crisi finanziaria dell’età moderna. Sul mercato dei fiori non avevano investito solamente i personaggi in stile Boxtel, ma anche le banche e le grandi famiglie, attratti dalla rendita di questo bene. I bulbi erano quotati ogni giorno alla appena nata borsa di Amsterdam, la Beurs.

 

Come scoppiò la crisi

Il crac dei tulipani olandesi ha una data ben precisa: il 5 febbraio 1637. In quel periodo, le province dei Paesi Bassi avevano il monopolio nelle loro colonie dell’Asia, in cui venivano scambiati a gran ritmo spezie e molti altri beni, oltre che in territorio americano, dove nel 1625 era stata fondata la città di Nieuw Amsterdam, la futura New York. In un ambiente così ricco di scambi commerciali, ottimistico fino all’incoscienza, vi erano continuamente occasioni di investimento, anche per i beni più bizzarri. Si colloca a questo punto la “tulipmania“, con i fiori che erano venuti via nave dalla Turchia e divenuti ben presto uno status symbol: tutti i ricchi olandesi tenevano un giardino molto curato e i vivaisti stimolavano questa mania, creando nuove varietà dei fiori (vi erano 1.000 diverse varietà di tulipani all’epoca).

 

Arriva la speculazione

Ben presto i prezzi dei tulipani cominciarono a gonfiarsi eccessivamente: il motivo iniziale fu lo squilibrio tra domanda e offerta, ma gran parte di questo caro-prezzi era provocato dalla specie più rara di tulipano, il Semper Augustus, detenuto da un unico proprietario, Adriaen Pauw, condirettore della Compagnia delle Indie. Questi gestiva le vendite del fiore: nel 1623 un suo bulbo costava 1.000 fiorini, l’anno dopo già 1.200, nel 1625 2.400 fiorini e, infine, nel 1637, alla vigilia della crisi, 6.000 fiorini. Queste cifre devono però essere contestualizzate all’epoca in cui venivano adottate: nell’Olanda del’600, con un fiorino si potevano comprare circa 20 chili di pane, l’equivalenza potrebbe dunque , portando la somma ad oggi, essere che un fiorino valeva circa 50 euro attuali. Dunque, 6.000 fiorini corrispondevano a 300.000 euro, prezzo con cui oggi si può comprare anche una villetta. Il rischio fu un dato costante della “tulipmania”, soprattutto negli ultimi anni, quando il mercato dei fiori sfuggì al controllo dei coltivatori, per finire nelle più avide mani degli speculatori (una costante questa di qualsiasi tipo di crac o bolla speculativa). Gli speculatori alimentarono la crisi con acquisti virtuali dei fiori e rialzando i prezzi ben oltre il rapporto tra domanda e offerta.

 

Gli investimenti

Come detto, si trattò di acquisti virtuali: virtuali perché i bulbi pronti a giugno devono essere interrati a novembre, ma sono poi venduti tutto l’anno, con un prezzo minimo fino all’inverno, quando essi non ci sono e l’acquirente compra “alla cieca”. All’epoca, con un acconto si potevano sottoscrivere a inizio anno delle promesse di acquisto al prezzo del momento, da perfezionare in seguito. Se tutto procedeva bene, si saldava il debito a ottobre e si rivendevano i bulbi al prezzo autunnale, molto più alto. Questi contratti erano gli antenati dei titoli di Borsa che oggi definiamo futures, una scommessa sulle quotazioni future; ma se il mercato non tira allora il tracollo è dietro l’angolo. Per anni e anni gli operatori avevano scommesso fortune virtuali su bulbi virtuali, incassando così plusvalori slegati dall’attività produttiva. Il boom dei tulipani aveva attirato moltissime altre persone, in un mercato dove i fiori contavano relativamente, contavano di più i soldi. Quel giorno del 1637 qualcuno ritenne irreali le quotazioni dei bulbi e cominciò a vendere. Le cessioni limarono i prezzi e provocarono altre vendite, seminando il panico. La bolla era scoppiata e in due giorni il valore dei tulipani si ridusse del 90%. Perché si cominciò a vendere resta un mistero, ma quel che resta fu il lastrico in cui caddero moltissimi olandesi, il quale diede il via a una depressione profonda per l’economia dello stato.

 

 

 

SIMONE RICCI

Continua: Aspetti dell’economia medievale





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