Il capitalismo tecnoscientifico


Introduzione: oltre il capitalismo industriale

Tra le diverse interpretazioni delle trasformazioni delle attività umane nel lungo periodo, quella secondo cui si sarebbe verificato un passaggio da una lunghissima fase storica caratterizzata da società di tipo rurale a una fase moderna nella quale prevalgono le società di tipo industriale ha segnato in maniera profonda le politiche seguite nel secondo dopoguerra tanto dai paesi del blocco comunista, quanto dal Terzo Mondo. Tuttavia, a partire dagli anni Trenta e Quaranta, l’economista Colin Clark aveva messo in luce un nuovo processo: il progresso del “terzo settore”, quello dei servizi per essere più precisi, la cui portata si è accentuata in una fase successiva. Più in generale, in Europa come negli Stati Uniti lo sviluppo del Terziario ha costituito negli anni Novanta la principale componente della crescita economica.

 

L’importanza del settore terziario

Nonostante questa tendenza, l’importanza del settore terziario è una condizione necessaria ma non sufficiente a caratterizzare i paesi più avanzati dal punto di vista economico: per esempio, ciò è vero nei paesi con un’incidenza del terziario sul prodotto interno lordo pari o superiore al 60% (Stati Uniti, Giappone e Hong Kong, ma anche Argentina, Bolivia, Colombia, Cile, Croazia e Messico). Appare dunque necessario distinguere tra servizi tradizionali e nuove attività terziarie, oltre a tenere in considerazione che nuove occupazioni del terziario si sviluppano nell’industria e nell’agricoltura. Tuttavia, questo approccio non garantisce di cogliere il nocciolo delle trasformazioni in corso, costituito dalla crescente importanza della tecnoscienza in tutti i settori dinamici della produzione capitalista. Al contrario di quanto accade nel terziario, sia nell’Europa occidentale che nell’America settentrionale, interi settori dell’industria del XIX secolo o della prima metà del XX declinano, scompaiono, vengono dislocati o si trasformano. Così tra il 1950 e il 1987 la quota degli addetti dell’industria sul totale degli occupati scende un po’ ovunque. Con questa trasformazione, che dopo il 1973 si estende a tutti i paesi occidentali, il capitalismo industriale inizia il proprio declino e con esso la classe operaia, il sindacalismo operaio e una determinata forma di conflitti e rapporti sociali. Allo stesso tempo si indebolisce il socialismo, forgiatosi nella lotta contro lo sfruttamento capitalista dell’industria, con la classe operaia come forza principale nella battaglia per l’emancipazione umana e il proletariato.

 

Le tendenze attuali

Su scala mondiale, si sta ora aprendo una nuova fase: ne sono testimonianza i dibattiti continui su concetti come la deindustrializzazione e sull’emergere di una “società postindustriale”, neoindustriale, addirittura iperindustriale, o sulla nascita di un’economia dei servizi, invisibile, immateriale, dell’informazione o della conoscenza. Comunque, il capitalismo rimane un’entità molto forte e viva; siamo soltanto di fronte all’inizio di una nuova età del capitalismo, caratterizzata principalmente dalla mobilitazione crescente della tecnoscienza da parte delle imprese al fine di promuovere l’innovazione, la creazione di nuovi prodotti e procedimenti, e una competizione permanente per ricreare situazioni di monopolio. Oltre al passaggio dall’industria al terziario, dunque, è in atto un duplice e fondamentale processo: da un lato si assiste al declino relativo del capitalismo industriale – caratterizzato dal forte investimento in beni strumentali e dal massiccio utilizzo di energia – dall’altro allo sviluppo di un capitalismo postindustriale – ossia di un capitalismo tecno scientifico che mobilita in maniera costante i progressi e le potenzialità della scienza e della tecnologia, e orienta la ricerca e lo sviluppo per inventare i bisogni e i consumi del domani più prossimo. Quanti interpretano i cambiamenti in corso nei termini di una terza rivoluzione industriale, di una nuova rivoluzione scientifica e tecnica o dell’ingresso di una nuova età tecnologica sottolineano gli aspetti di un processo il cui tratto fondamentale risiede nella sottomissione della tecnoscienza da parte delle grandi imprese capitaliste, le quali ne mobilitano la potenza in vista dei loro fini. Al cuore del capitalismo tecno scientifico si trova una nuova merce; non si tratta più di un prodotto materiale che può essere utilizzato in piena autonomia, né di un semplice servizio, bensì di una merce assai più complessa, ovvero prodotti materiali e servizi (software, abbonamenti a reti, contratti connessi…) acquisibili in via separata, ma dei quali nessuno è utilizzabile senza gli altri, legati come sono da una combinazione di tecnologie controllate e incessantemente rinnovate da un piccolo numero di imprese, inseriti in reti o in dei sistemi di cui riproducono le logiche e le regole. I macrosistemi tecnici dell’era industriale (elettricità, ferrovia, telecomunicazioni, trasporti aerei) avevano aperto la strada. Le nuove reti e i sistemi si fondano sulla tecnoscienza e sono dunque interamente controllati da gruppi e grandi imprese. All’interno dello stesso processo si va a realizzare una nuova fase della divisione del lavoro e della commercializzazione: questi due aspetti interessano ormai l’insieme delle attività indirizzate ad assicurare tanto il sostentamento e il benessere degli uomini, la conduzione delle imprese, il funzionamento dei sistemi mediatici e decisionali, quanto la gestione politica dei sistemi urbani, dell’ambiente e perfino della natura.

 

 

 

SIMONE RICCI

Continua: Lo sviluppo capitalista dell’industria





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