I fondi mobiliari chiusi


Fondi aperti e fondi chiusi

I fondi di investimento più comuni sono sicuramente quelli “aperti”: consentono cioè ai risparmiatori di sottoscrivere in qualunque momento quote di questi strumenti, permettendo in tal modo al capitale da investire di ampliarsi. I Fondi e le Sicav sono dunque in genere “organismi di investimento a capitale variabile”, poiché il loro capitale si amplia e si restringe come un soffietto, a seconda che nuovi investitori chiedano di partecipare all’investimento o che vecchi investitori chiedano il rimborso delle loro quote. Ci sono però anche i fondi “chiusi”, in cui il capitale viene fissato all’inizio e non più modificato in seguito. Chi vuole entrare in uno di questi fondi deve farlo all’inizio, al momento del collocamento, mentre per uscire – salvo il caso in cui venda le sue quote ad altri – deve attendere la fine della vita del fondo.

Le diverse categorie

I fondi chiusi possono essere sostanzialmente di due specie: mobiliari, se vanno a investire in titoli; immobiliari, se invece investono in immobili. Inoltre, i fondi chiusi si distinguono in strumenti aperti al pubblico (detti anche “fondi retail“) e in strumenti riservati a investitori qualificati (Sim, banche, agenti di cambio, società di gestione del risparmio, Sicav, fondi pensione, assicurazioni…). Ma perché ci sono i fondi chiusi e che scopo hanno? La caratteristica della “chiusura” rende questo strumento particolarmente adatto a investimenti di medio-lungo periodo. È evidente come tale tipo di fondo possa proporsi di ottenere brillanti risultati in termini di rendimento soltanto in un periodo che sia abbastanza lungo. Il che implica anche di impedire ai sottoscrittori di farsi restituire i soldi dalla società di gestione prima della scadenza fissata, che in genere si situa intorno ai 10-15 anni (ma può anche raggiungere i 30 anni, periodo tuttavia poco interessante per un investitore privato, ma di certo utile forse per investitori istituzionali come i fondi pensione).

Solo per i più ricchi

I fondi mobiliari chiusi sono quindi uno strumento che è in prevalenza rivolto agli investitori qualificati e a cui i singoli risparmiatori non possono accedere. Ma, anche nel caso dei fondi retail, la quota minima di sottoscrizione è molto elevata. Il fatto che si destini parecchio denaro a un fondo di questo tipo, in cui i risultati in termini di rendimento arriveranno dopo svariati anni, significa che si dispone di molti altri, più “tranquilli”, investimenti in portafoglio. Una delle caratteristiche di questi strumenti è infatti quella di essere molto rischiosi, il che ben si adatta a chi ha un orizzonte di medio-lungo termine e non ha l’esigenza di liquidare il capitale dopo poco tempo.

Dove investono i fondi chiusi

Per quanto riguarda i fondi mobiliari chiusi, questi strumenti possono sostanzialmente investire in società quotate oppure in società non quotate. Ma i fondi mobiliari chiusi più interessanti sono sicuramente quelli che investono soprattutto in aziende non quotate, con elevate prospettive di sviluppo, attraverso la sottoscrizione di partecipazioni al capitale di rischio.

Private equity e venture capital

In genere si distingue tra attività di private equity e attività di venture capital. Il primo termine comprende tutte le operazioni realizzate su fasi del ciclo di vita di un’azienda successive a quella iniziale: si può trattare di dare a un’azienda non quotata interessante i capitali necessari allo sviluppo, o di favorire il passaggio di proprietà in altre mani, o di portare l’azienda alla quotazione in borsa. Il secondo termine, venture capital, indica invece il finanziamento dell’avvio di un’impresa, il cosiddetto “start up”. Quindi, con questi strumenti un fondo mobiliare chiuso entra nella proprietà e nella gestione di un’impresa con il fine di ottenere alla fine del periodo utili interessanti, superiori alla media. Non bisogna però dimenticare che, investendo in società non quotate e a volte nella fase iniziale della loro vita, si partecipa in maniera totale al rischio imprenditoriale.

Fondo comune e società di gestione

Il fondo comune è distinto dalla società di gestione. Il primo è l’insieme delle quote sottoscritte dai partecipanti, la seconda ha invece azionisti propri e un patrimonio distinto da quello del fondo; quest’ultima ha il compito di gestire professionalmente il fondo, e per questo percepisce, come tutte le Sgr (società di gestione del risparmio) una commissione annuale che varia tra il 2 e il 3% del capitale. La società di gestione partecipa anche al risultato finale del fondo: percepisce una remunerazione (il cosiddetto “carried interest“) a titolo di commissione, che è di solito commisurata al superamento di un determinato livello di ritorno. Questa commissione rappresenta un incentivo per i gestori  a cercare le migliori imprese su cui puntare: infatti, la gran parte della remunerazione si percepirà soltanto alla fine, a risultato raggiunto.

Un limite ai rischi

I limiti alla concentrazione dei rischi sono stati pensati soprattutto per i fondi retail, cioè per quelli destinati anche a investitori privati, mentre per i fondi destinati agli investitori qualificati c’è la possibilità di derogare da questi limiti.

Simone Ricci per BorsaeDintorni.it

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