I disoccupati della crisi


Introduzione

La crisi economica globale ha di certo sconvolto anche il mondo del lavoro. Fino a ieri, infatti, il settore finanziario e le sue innumerevoli diramazioni puntavano molto e si contendevano ancora di più gli studenti con una laurea o un master di specializzazione: e questo non solo negli Stati Uniti, con in prima fila le università di Yale, Harvard o Chicago, ma anche in gran parte delle principali nazioni europee. Rimane comunque l’America il caso emblematico della sentenza inversa: ora la situazione è profondamente mutata e i laureati non vengono più visti con la stessa stima e voglia di investimento per il futuro. Le università devono ripensare attualmente i loro metodi e la filosofia di insegnamento, così come i corsi che intendono proporre.

 

L’impatto della crisi

Sorprende molto la differenza che può fare una crisi. Poco più di un anno fa gli esperti in materie finanziarie che uscivano dalle più importanti università statunitensi e che avevano conseguito anche un master in Amministrazione d’impresa, erano tra le persone più richieste nel mercato del lavoro e le maggiori banche del paese se li contendevano elargendo stipendi sempre più interessanti. Nel 2008 tali laureati (i cosiddetti Mba) potevano guadagnare stipendi che partivano dai 70.000 dollari per un impiego semplice, mentre si poteva arrivare addirittura fino ai 170.000 dollari annui nel caso in cui si facesse parte di una azienda potentissima nel settore economico e della finanza (tipici esempi erano forniti dai principali istituti del paese, come Goldman Sachs e Merril Lynch, in cui freschi laureati sono anche riusciti a conseguire premi di produzione di qualche milione di dollari, all’apice del boom immobiliare). Anzi, si può dire che le grandi aziende potevano scritturare i laureati più brillanti ancor prima del termine del corso: gli studi venivano pagati direttamente dalla compagnia e si cominciava già a fare esperienza nell’ambiente affaristico. Molte aziende hanno improntato la loro filosofia in questo senso, insegnando agli studenti come massimizzare i profitti e concludere in maniera brillante le operazioni finanziarie che erano poi diretta a fare gli interessi dell’investitore, azionista o banca di investimento che fosse.

 

La situazione dopo un anno

Molte delle università sono invece ora profondamente costernate nel dover interrompere questo trend così positivo: loro che avevano sempre spinto per la liberalizzazione del mercato e per il laissez faire devono ora navigare controcorrente ed operare in un ambiente finanziario profondamente diverso, maggiormente improntato ad altri principi. Gli interventi dei governi sono orientati soprattutto a creare nuovi posti di lavoro, a far ripartire in maniera efficiente l’economia e i consumi; al contrario, privilegiando questi fattori, si è arrivati a un drastico calo nelle iscrizioni ai vari master e corsi di laurea specializzati ed inoltre le aziende che erano in prima fila nell'”arruolamento” dei candidati più brillanti si sono come dileguate. Sempre per prendere un paese come esempio su tutti, negli Stati Uniti, le iscrizioni ai corsi sono diminuite del 20%, mentre le offerte di lavoro che provengono dal settore finanziario sono calate di oltre la metà, a causa della insistente recessione. Tra l’altro, è ormai sempre più opinione comune che siano state proprio queste scuole di business a creare le menti “criminali” che hanno portato alle speculazioni finanziarie e ai dissesti aziendali. La prima e più prestigiosa scuola di business del mondo è sicuramente la Wharton School of Business della Pennsylvania University: se si pensa che anche qui le offerte di stage da parte delle finanziarie hanno subito un declino di ben venti punti percentuali, allora si capisce quanto la situazione sia grave. C’è addirittura chi, come la Yale School of Management, non riuscendo a trovare posti disponibili per i propri allievi, ha dovuto creare appositamente un  fondo con un consistente investimento monetario.

 

Cosa ci si deve aspettare per il futuro

Il rischio più immediato per il periodo attuale e quello a venire è certamente quello che i laureati non trovino lavoro o si accontentino di stipendi e bonus molto più bassi rispetto al passato. La soluzione può essere quella ideata dalla Ifaf, una scuola di finanza italiana, che ha siglato un accordo con la Stanford University  per allargare l’orizzonte di distribuzione dei propri corsi. Sicuramente, le scuole di business devono trovare ora un nuovo ruolo all’interno di un ambiente economico dove ci si può aspettare, senza troppo pessimismo, almeno un decennio con stipendi inferiori in misura significativa rispetto a quelli del periodo precedente allo scoppio della crisi globale. Forse, poi, bisognerebbe avvicinare maggiormente la scuola al mondo aziendale. E per mondo aziendale non si vuole intendere quello della finanza, ma quello delle aziende che producono prodotti reali e che possono usare i consigli di uno studente di un master o specializzato. Si studia insomma come “trasformare” i dipartimenti degli atenei in veri e propri luoghi di studio, più simili alle aziende nelle quali poi andranno a lavorare i laureati, per studiare e analizzare i fenomeni con cui avranno a che fare in futuro.

 

 

SIMONE RICCI

Continua: In calo le immatricolazioni universitarie





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