Big Mac Index


Un panino di Mc Donald’s che c’azzecca in un blog finanziario? Ebbene il Big Mac Index, basandosi proprio dal costo del panino più famoso della casa americana di fast food nei vari paesi, rappresenta uno strumento informale di comparazione del potere d’acquisto di una valuta. Questa misurazione assume come valida la teoria della parità dei poteri di acquisto.

Finanziariamente parlando, la teoria della parità dei poteri d’acquisto, impone che il tasso di cambio tra due valute dovrebbe aggiustarsi nel tempo in modo che un paniere di beni abbia di fatto il medesimo costo. Nell’indice Big Mac, per l’appunto, il paniere è composto da un panino che è venduto praticamente in tutto il mondo e forse rappresenta l’unico “oggetto” in grado di garantire una  significativa tra le valute di molte nazioni.

Il rapporto della parità di potere d’acquisto del Big Mac tra due valute si ottiene dividendo il costo di un Big Mac in una nazione (nella sua valuta) per il costo di un Big Mac nell’altra nazione (nella sua valuta). Questo valore viene confrontato con il tasso di cambio attuale; se è più basso, allora la prima valuta è sottovalutata (secondo la teoria della parità del potere d’acquisto) rispetto alla seconda, mentre se è più alto, allora la prima valuta è sopravvalutata.

Ad esempio, supponiamo che un Big Mac costi 2,00 sterline nel Regno Unito e 2,50 dollari negli USA; quindi il tasso della parità di potere d’acquisto è 2,00/2,50 = 0,8. Se, il tasso di cambio ufficiale è 1 dollaro statunitense per 0,55 sterline inglesi, allora la sterlina è sopravvalutata rispetto al dollaro.

Fatta questa doverosa premessa vediamo oggi con l’ausilio della tabella presente in pagina non solo i prezzi dei vari Big Mac venduti in ogni singolo paese, ma economicamente e finanziariamente di rilievo, quali siano secondo questo indicatore le monete sopravvalutate o sottovalutate rispetto al dollaro americano.

Big Mac Index

Si comprende immediatamente che sono presenti due monete decisamente sopravvalutate, mentre analogamente ne esistono altre di gran lunga sottovalutate.

Il poderoso rialzo dell’euro contro la divisa a stelle strisce ha portato la moneta unica a diventare decisamente molto cara, come di fatto è accaduto anche per il franco svizzero. Diverso invece il caso delle valute emergenti, ancora fortemente a sconto.

La politica monetaria a tassi zero giapponese premia invece lo yen, attualmente uno dei pochi cross in linea.

Particolarmente interessante, ai fini di valutazione del pricing “dollarocentrico” del Big Mac dei vari Paesi che compongono il basket, è notare il differenziale dei prezzi proposti. Posto come riferimento i 3,71 $ spesi per un consumatore americano, infatti, si va da un 6,78 $ di controvalore per un consumatore svizzero fino ai 2,18 $ per uno cinese. A livello storico tale spread ha superato abbondantemente quelli medi osservati negli utilimi anni, complice senza dubbio, l’elevata volatilità che dal giugno scorso si è abbattuta prima sull’euro per poi, complice le rassicurazioni a livello macroeconomico, nuovamente sul dollaro, ripianado, però, gli squilibri solo su alcuni cross.

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