Banche italiane e l’internazionalizzazione verso Est


Strategie delle banche italiane nell’Europa centro-orientale

Lo studio delle strategie di internazionalizzazione perseguite dalle banche italiane nei paesi dell’Est europeo deve necessariamente essere effettuata tenendo ben presenti, da un lato, gli aspetti dell’evoluzione del processo di espansione all’estero che hanno caratterizzato il secolo scorso e, dall’altro, i numerosi elementi ostativi che l’hanno limitato e penalizzato, tra i quali, in primis, la dimensione media assai ridotta degli intermediari italiani, la sostanziale assenza di gruppi bancari operanti come global player, una vocazione internazionale non molto ragguardevole, l’esistenza per lunghi anni di stringenti vincoli normativi e valutari alla penetrazione sui mercati esteri. I fattori citati, del resto, possono essere assunti come effettive “chiavi di lettura” in grado di aiutare a interpretare le motivazioni che hanno indotto le banche italiane più grandi a individuare i paesi della nuova Europa, e quelli a essi limitrofi, come mercati di sbocco particolarmente attraenti. Prescindendo per il momento dalle numerose teorie sull’internazionalizzazione bancaria formulate dagli studiosi, è infatti possibile affermare che la scelta delle banche dell’Europa orientale come target del processo di internazionalizzazione dei principali gruppi bancari italiani è stata quasi “obbligata”.

Determinanti e scelte di posizionamento

L’inserimento dei paesi più evoluti dal punto di vista finanziario degli intermediari italiani è sempre stato reso difficoltoso dalla loro ridotta dimensione, da una reputation non eccezionale, dalle ingenti risorse che comporta un processo di penetrazione non figurativo nei sistemi finanziari più avanzati e progrediti, da un grado di efficienza non particolarmente pronunciato, nonché da una gamma di prodotti e servizi offerti che non viene a caratterizzarsi per una spiccata innovazione e economicità. Alla luce di tutto ciò, una presenza capillare e di rilievo sulle piazze dei paesi più industrializzati è sempre risultata di fatto preclusa e il presidio dei punti nodali della comunità finanziaria poteva avvenire solo attraverso l’apertura di filiali e sussidiarie nei principali centri finanziari, senza peraltro che il loro contributo al bilancio bancario in termini di redditività assumesse caratteri di significatività. In questa situazione, l’apertura internazionale degli intermediari italiani doveva necessariamente essere diretto verso le piazze dei paesi con economie in via di sviluppo, nei quali, a fronte di investimenti relativamente poco onerosi, si potevano acquisire considerevoli quote di mercato. Non è un caso, del resto, che le operazioni di fusione e acquisizione aventi come target operatori dei sistemi finanziari degli emerging countries sono cresciute in maniera spettacolare partire dagli anni Novanta. L’apertura ad est delle banche italiane può anche essere interpretata come il frutto di un follow the client approach, di una internazionalizzazione di secondo livello che fa seguito a quella in uscita effettuata dalle imprese italiane nelle aree geografiche in questione. In altri termini, i rapporti di corrispondenza non erano più sufficienti a fronteggiare le esigenze di quella parte di clientela corporate domestica sempre più protesa ai mercati dell’Europa orientale per le proprie necessità di approvvigionamento e di sbocco e si rivelava quindi necessaria una presenza diretta.

I processi in atto nei paesi dell’Europa dell’est

In quasi tutti i paesi in cui le banche italiane hanno attuato la loro internazionalizzazione, si è assistito in primo luogo alla dissoluzione del modello economico socialista fondato sulla pianificazione centralizzata delle attività economiche e all’innescarsi di una fase di transizione verso l’economia di mercato accompagnata da una serie di riforme strutturali in materia fiscale, di rimozione dei vincoli ai movimenti di capitale, di privatizzazione e liberalizzazione dei sistemi finanziari. Tutto ciò ha contribuito a creare condizioni favorevoli all’ingresso di intermediari finanziari stranieri, ma questi ultimi, lungi dall’essere ostacolati nei loro piani di espansione, sono sovente stati controparti davvero importanti dei programmi di privatizzazione dei sistemi bancari dell’Europa centro-orientale. In particolare, i sistemi bancari sono stati oggetto di un incisivo e faticoso processo di riorganizzazione, reso necessario dalle crisi bancarie indotte dai numerosi fallimenti di imprese, a seguito soprattutto del passaggio all’economia di mercato e dalla mancanza o dalla inadeguatezza di una disciplina di vigilanza sull’attività degli intermediari, di norme in tema di conflitti di interessi tra banca e i propri azionisti, nonché di bancarotta. La ristrutturazione dei sistemi bancari, finalizzata a conferire solvibilità alle banche in crisi e a restituire loro solidità, anche attraverso fusioni e acquisizioni, ha avuto costi particolarmente elevati e ha pertanto richiesto il coinvolgimento e l’intervento di investitori bancari esteri. A prescindere dai contenuti delle differenti teorie sull’internazionalizzazione delle banche, nessuna delle quali è in grado, da sola, di spiegare in maniera compiuta il fenomeno, si deve senza dubbio fare riferimento a una serie di potenziali elementi di appetibilità  e di attrazione che sono stati considerati dai gruppi bancari italiani nell’ambito delle loro specifiche scelte di localizzazione in questi paesi. In definitiva, la scelta di orientarsi verso i mercati dell’Europa centro-orientale, seppure obbligata, è stata lungimirante, redditizia e, per molti versi, azzeccata in termini di timing: questa tempestività ha permesso alle banche di entrare a far parte dei player esteri meglio posizionati nelle aree in questione e di accompagnarle nel loro percorso di crescita e di sviluppo.

Simone Ricci

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