L’attività internazionale delle banche


Aspetti definitori e strategici

L’internazionalizzazione bancaria presenta tra le sue caratteristiche principali un aspetto multidimensionale: è quindi un argomento molto complesso che si presta ad una gestione del suo studio non agevole. Una prima importante osservazione da fare in questo senso, deve essere svolta con riferimento allo stesso concetto di “internazionalizzazione” del mondo bancario; esistono infatti delle criticità che derivano dalla natura essenzialmente di servizio che riguarda l’offerta degli enti creditizi. I servizi finanziari, diversamente dalle merci, sono caratterizzati da una sostanziale immaterialità: la loro fruizione comporta un rapporto con la clientela finale, attività dalla quale deriva la prestazione erogata dalla banca. La mancanza di fisicità, la quale elimina già sul nascere i problemi relativi all’immagazzinamento o alla spedizione, tuttavia, rende maggiormente complesso osservare il processo di distribuzione e quindi di erogazione del servizio stesso.

Le scelte delle banche

È interessante osservare che, anche laddove sia possibile individuare chiaramente una presenza strutturata di realtà bancarie di matrice estera, le scelte organizzative e gestionali si sono rivelate negli anni estremamente variegate; se, infatti, a volte si è preferito operare attraverso filiazioni coordinate da una holding, in altre occasioni si è proceduto all’apertura di filiali aventi il solo compito di collettori tra le esigenze della clientela e le decisioni della casa madre. Negli anni più recenti, poi si è dato vita a esperienze di partnership tra banche di paesi diversi, realizzate attraverso accordi commerciali o joint venture. È inoltre utile effettuare una prima ripartizione tra attività di multinational banking e International banking; in merito a tale distinzione, solitamente in dottrina si fa riferimento alla natura delle operazioni intraprese all’estero da un intermediario creditizio e al maggiore o minore grado di integrazione tra esso e le realtà statali ospitanti. Una prima interpretazione vede le attività di International banking connesse a operazioni cross-border e cross-currency, le quali sono intrattenute dalle istituzioni creditizie con la clientela finale; in tal caso si tende a sottolineare la capacità delle banche di svolgere servizi che valicano i confini nazionali sia da un punto di vista strettamente geografico che attraverso una trasformazione di assets finanziari in valute differenti da quella domestica. Diversa risulta invece la definizione di multinational banking: si parla a tal proposito della “localizzazione e proprietà di istituzioni creditizie in un vasto numero di paesi e regioni“. Questa definizione contiene sicuramente degli elementi interessanti: vi si riscontrano infatti spunti relativi alla detenzione di partecipazioni in società estere, alle criticità che riguardano la scelta dell’area geografica e alla necessità di operare in maniera congiunta.

I fattori alla base della creazione di una multinational corporation

Negli anni ’70 Dunning aveva individuato tre incentivi principali per lo sviluppo delle multinational corporation. Vi sono anzitutto de vantaggi cosiddetti “owner-specific“: 1)dimensione (gli intermediari creditizi riescono a raggiungere la massa critica per poter procedere in maniera più agevole ai processi di internazionalizzazione); 2)posizione competitiva; 3)prestigio dell’istituto creditizio. Ci sono poi gli incentivi all’internalizzazione dei benefici: a)accesso monopolistico agli input; b)imperfezioni nelle diverse relazioni di mercato; c)altre variabili (tra le più frequenti annoveriamo le economie di scala, i fattori dimensionali, la tecnologia e il marketing). L’ultimo ordine di fattori individuato da Dunning è invece correlato alle variabili legate alla location: A)costi di trasporto e di comunicazione; B)vincoli agli scambi; C)altri fattori (ad esempio gli elementi culturali, la conoscenza del mercato, le pratiche commerciali e i costi di input). È ovvio come questi fattori siano stati elencati in maniera e rapporto sequenziale, ma è tuttavia ravvisabile una sorta di interdipendenza che permette di instaurare circoli virtuosi sino a quando i margini di redditività vengono compressi dai costi derivanti dalla gestione della complessità aziendale.

L’offshore banking

Si può infine procedere alla definizione del cosiddetto “offshore banking” , un termine che viene spesso associato alle attività internazionali di cui abbiamo parlato; con tale locuzione si è soliti designare delle transazioni tra operatori privati e istituzionali che avvengono nell’ambito di strutture regolamentari particolarmente flessibili e solitamente prevedono ampie esenzioni da vincoli su scambi di capitali. Solitamente si osserva che la sostanziale sovranazionalità che informa l’offshore banking conduce all’inesistenza di banche locali e ad una elevata competitività di sistema; in questo ambito, le barriere all’entrata non sono più rappresentate da vincoli normativi o dimensionali, ma dalla reputazione necessaria per servire una clientela estremamente professionale e qualificata. Per poter distinguere in maniera adeguata tutte queste distinzioni, si utilizza spesso una segmentazione dei diversi approcci sulla base della tipologia di operazioni intrattenute con la clientela: in questa maniera si possono separare attività retail e wholesale, sia in ambito nazionale sia in un’ottica più internazionale. In realtà, la distinzione che abbiamo appena citato risulta interessante solamente in caso di relazioni onshore, dato che in caso contrario hanno rilevanza unicamente le operazioni all’ingrosso. Tutto ciò rientra nella tendenza della dottrina di volere a tutti i costi identificare e scorgere delle caratteristiche distintive nei fenomeni di International, multinational e offshore banking.

Simone Ricci per Borsaedintorni

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