1893: Lo scandalo della Banca Romana


Introduzione

L’affaire della Banca Romana e del suo fallimento comincia esattamente il 19 gennaio 1893, ma sembra un evento verificatosi nei giorni attuali: banchieri dall’atteggiamento quantomeno disinvolto, immobiliaristi in rampa di lancio nella loro carriera, ministri e deputati aggressivi e quasi “famelici”, addirittura due premier coinvolti (Giolitti e Crispi) e, infine, un ammontare di denaro non indifferente misteriosamente sparito nel nulla. Le indiscrezioni sul crac bancario si sparsero a macchia d’olio in tutto il paese: tutto era cominciato con l’arresto del governatore della Banca Romana, il commendator Bernando Tanlongo, e del direttore, Michele Lazzaroni. Del banchiere finito in galera si diceva sostanzialmente che aveva elargito denari in maniera generosa a tutti, senza andare a sofisticare troppo sulle opinioni politiche di coloro che venivano sovvenzionati.

 

I contorni dello scandalo

Lo scandalo della Banca Romana, come anticipato prima, coinvolse un presidente del consiglio e un ex presidente, appunto Giolitti e Crispi, che si erano fatti una vera e propria guerra senza esclusione di colpi, accusandosi reciprocamente di avere intascato e insabbiato “roba da codice penale”. I partiti della sinistra ne erano usciti malconci quanto quelli della destra. L’inchiesta nel suo complesso durò circa un anno e ci furono addirittura suicidi e morti misteriose. Cadde malamente un governo, con il presidente del consiglio dimissionario finito anche all’estero, si disse per evitare un eventuale arresto. Ma la conclusione della vicenda fu nel più classico stile italiano; tutti gli imputati furono assolti, compreso il disinvolto Tanlongo. Il governatore della Banca Romana, uno dei principali istituti di emissione prima che subentrasse la Banca d’Italia (gli altri erano la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito), nonché quello più vicino e legato al Vaticano, aveva da poco compiuto 73 anni quando fu arrestato nel suo ufficio in quella fredda mattina di gennaio. Questo arresto fu solamente l’inizio di una vera e propria valanga di “cadaveri” bancari come si disse allora. Il 22 gennaio fu arrestato, tra il clamore più generale, del direttore del Banco di Napoli, in concomitanza con il misterioso assassinio di un ex direttore del Banco di Sicilia, il quale poco tempo prima aveva denunciato degli abusi nel suo istituto. Le banche erano quindi praticamente tutte nei guai, per colpa soprattutto degli immobiliaristi verso cui avevano largheggiato negli anni della febbre edilizia per Roma capitale.

 

Un concatenarsi di eventi

La faccenda venne a complicarsi con un tormentone infinito su che giro avessero fatto  ben 50 milioni prestati dalla Banca Nazionale alla Banca Tiberina. Il governo cercò di correre ai ripari, varando la riforma bancaria da cui sarebbe nata la Banca d’Italia. Nel luglio 1894 il processo a Tanlongo si concluse con un’assoluzione. I giudici accolsero la tesi secondo cui nel corso delle indagini fossero stati sottratti importanti documenti per salvare persone molto in alto.

 

Come raccontò la vicenda Giolitti

Nel suo libro di memorie, Giovanni Giolitti parlò ovviamente anche della vicenda della Banca Romana, la quale rischio di travolgerlo in maniera devastante. Da quel che scrive Giolitti, che era premier nell’anno dell’affaire, la questione del crack fu portata alla Camera dal deputato Colajanni: cominciarono a circolare in modo insistente voci sulle condizioni in cui la Banca versava  e si parlava già allora di mancanze di cassa ed eccedenze in circolazione. C’è tra l’altro da ricordare che, all’epoca, le banche di emissione fabbricavano da sé i biglietti che emettevano, senza alcun controllo da parte del governo; la Banca Romana, la quale faceva fabbricare i suoi biglietti in Inghilterra, ne poteva commissionare fino a che voleva. Infatti si venne a scoprire, come precisa lo stesso Giolitti, che oltre alle eccedenze di circolazione di sessanta milioni di lire, la banca ne aveva fatti venire altri quaranta milioni che costituivano una serie duplicata. Di fronte alla scoperta di condizioni così gravi ci fu la ferma convinzione da parte di Giolitti di riordinare in maniera completa gli istituti di emissione , attraverso l’espletamento di provvedimenti volti a fornire la massima garanzia al credito e al biglietto di banca. Il pericolo corso dal credito nazionale era stato così grave che la nuova legge bancaria venne approvata quasi senza discussione nonostante gli interessi che andava a ferire. Sicuramente, la nuova legge sulla gestione bancaria e la conseguente nascita della Banca d’Italia sono da considerare il vero risultato benefico del grande scandalo dato che furono proprio tali fattori a creare un sistema molto più sicuro ed efficace rispetto al precedente per il funzionamento corretto delle banche di emissione, così al centro della cronaca finanziaria e per la circolazione della moneta. Giolitti parlò sempre con molto entusiasmo ed orgoglio di questa sua iniziativa, ritenuta “efficiente e più che adatta a far cessare il ripetersi di inconvenienti criminosi”: ciò nonostante, il suo prestigio politico fu enormemente intaccato dalla vicenda, soprattutto a causa della sua presentazione della nomina a senatore per Tanlongo, nonostante conoscesse le sue malefatte e della fuga a Berlino per evitare l’arresto.

 

 

SIMONE RICCI

Continua: La riforma del sistema bancario italiano nell’800





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