The Hurt Locker, cosa fanno gli americani che combattono in Medio Oriente


Tratto dagli appunti di reportage del giornalista Mark Boal, “The Hurt Locker” osserva da vicino un gruppo di soldati americani il cui compito è quello di disinnescare bombe ed ordigni esplosivi. Dopo 40 giorni al fronte, la EOD (Unità per la Dimissione di Esplosivi) perde il proprio capo, rimasto vittima di un esplosione durante il suo lavoro, e lo rimpiazza con il giovane William James. James è un “super esperto” che ama il suo lavoro, ride in faccia alla morte, ed è orgoglioso di servire il proprio paese.

Contenente un ricco intreccio di conflitti personali tra il capo ed il suo team di collaboratori sul fronte, “The Hurt Locker gioca con il rischio della morte che quei soldati speciali affrontano quotidianamente, ed ha come risultato il richiamo ad un patriottismo puro e lecito. Mettere a fuoco le vite di chi “combatte” maneggiando bombe serve ad azzerare ogni possibile denuncia sull’operato dei soldati americani: essi toccano la morte con le mani, la cancellano, e lo fanno rischiando la loro vita.

La morte è un processo che si sussegue, fa parte del nostro mondo: l’“hurt locker” è la cassetta dove i resti dei caduti di guerra vengono riposti assieme alle loro uniformi e medaglie. I protagonisti del film sono personaggi di pietra, concentrano tutte le loro riflessioni sul mestiere che fanno, portano la guerra nel cuore e nella mente perché è con essa che si guadagnano da vivere rischiando la vita. La pellicola non giudica, ma documenta il lavoro dei soldati americani sul fronte iracheno, lavoro svolto sotto l’ombra della morte, che compie i suoi passaggi nelle “cassette del dolore”. Non c’è nulla da spiegare su chi disinnesca ordigni di morte.

Kathryn Bigelow parla di guerra, indipendenza, persone comuni. In questi anni il tema del conflitto in Iraq è stato digerito malamente da Hollywood, e “The Hurt Locker” può essere una delle migliori chiavi di lettura del conflitto (assieme a “Redacted” di Brian De Palma). Film delicato, assolutamente da non prendere come paradigma dell’argomento Medioriente. Per quello, aspettiamo l’emergere di registi iracheni, come la Hana Makhmalbaf di “Green Days”.

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