Speciale: La violenza nel cinema di Quentin Tarantino (seconda parte)

Grindhouse – Death Proof. Firmato Quentin Tarantino è questo A Prova Di Morte, primo “frammento” del più ambizioso progetto Grindhouse, double feature che si pone l’obiettivo di resuscitare le atmosfere putride delle vecchie sale malconce e dismesse,

dove venivano proiettati proprio quei film a suo tempo giudicati estremi (appartenenti perlopiù a generi come il giallo all’italiana, il cannibal movie od il blaxploitation americano)

e di cui i due autori, Rodriguez e Tarantino, si sono sempre dichiarati fanatici; Death Proof, ovvero: tanto sangue, belle donne e macchine potenti e veloci .

Insomma, tutto ciò di cui un uomo che si rispetti ha bisogno per vivere bene e morire meglio.

Un po’ Vanishing Point, un po’ Dragstrip Girl e Dirty Mary, Crazy Larry (pellicola da noi conosciuta come Zozza Mary, Pazzo Gary), A Prova Di Morte non è, tuttavia, la blanda ripetizione in copia carbone delle sgualcite pellicole trash – sessiste anni ’70: Death Proof è semplicemente un capolavoro. Su questo non possono esserci dubbi.

Senza star qui a sentenziare sui quei paragoni assolutamente fuori luogo con gli “altri” Tarantino che la stampa, in mancanza d’altro, sembra tanto divertirsi a creare: sarebbe come tuonare sugli ultimi De Palma riferendosi esclusivamente a Scarface o, peggio ancora, declassare The House By The Cemetery con lo sguardo rivolto allo Zombie per eccellenza. Quanto meno azzardato.

Non che Death Proof manchi dello spessore di cui si compongono le vicende dei fratelli Vega o della Sposa in tutina gialla e nera; che non si incappi nell’errore di considerare questo slasher vintage come un banalissimo esercizio di stile messo in moto da un regista viziato e sovraccarico di aspettative!

zozza mary pazzo garydeath proof

La sceneggiatura è una portentosa combinazione di classe e filologia pulp, con un “intenso” e surreale dialogo tra i sedili di una Volvo rossa fra tre belle ragazze i cui discorsi vertono su sesso, uomini e droga (qualcosa che ricorda molto da vicino lo scambio di battute tra Jackson e Travolta in Pulp Fiction) .

Un meccanismo che si consolida ed amplifica nel suo (auto)citarsi, nel rincorrere a bordo di una Dodge Charger nera la spettacolare ossessività degli hot road d’annata, nell’omaggiare a più riprese il parallelo universo degli stuntman, viventi icone dimenticate dei rombanti thriller su quattro ruote .

Un’accorata nostalgia pronta ad esplodere esteticamente davanti alle super protagoniste – amazzoni in perfetto stile Russ Meyer, con una tumida Vanessa Ferlito impegnata in una lap dance da capogiro con tanto di mini t – shirt omaggiante L’Ultimo Buscadero di Peckinpah.

Un’appassionata devozione che trova piena libertà nel volto sfregiato di Stuntman Mike, nel suo analcolico Virgin Caipirinha, nello sguardo sadico e violento di Kurt Russell, iper – cinetico (redivivo) e cattivo quel tanto che basta per renderlo irresistibile; un villain che mancava da ormai troppo tempo sugli schermi edulcorati dei nostri multisala per famiglie. Inseguimenti, corpi smembrati, cinismo. Tutto è così retrò.

httpv://www.youtube.com/watch?v=UtDI5S_OuoE&feature=related

Le finte bruciature della “pizza” sono retrò, le immagini talvolta sfocate sono retrò, la sbavatura dei colori è retrò, la pellicola graffiata, la dettagliata regia di Tarantino, la fotografia (di cui, fortunatamente, si è occupato lo stesso Quentin, con risultati più che notevoli), l’accostamento di tonalità acide e forti con talune altre più morbide e tenui, i titoli di testa e di coda sono retrò .

La musica anche lo è, pescata a piene mani da qualche impolverato jukebox degli anni ’70, con brani di Joe Tex, T – Rex, Smith, Eddy Floyd, Willy DeVille, Ennio Morricone e la sua Paranoia Prima, composta proprio in quegli anni per Il Gatto A Nove Code del nostro Dario Argento .

Probabilmente (e prevedibilmente) molto altro ancora si dirà e si scriverà su A Prova Di Morte: qualcuno ne è esalterà la componente visiva, altri invece punteranno le loro dita inquisitrici sulla furbizia e sull’opera di riciclaggio che lo stesso regista del Tennessee ha messo in atto. Non interessa.

Non interessano le chiacchiere da gossip, né tantomeno i sedicenti commenti di quei critici riscopertisi improvvisamente “nostalgici”. Se soltanto la metà di quei prodotti spacciati per originali riuscisse a sfiorare la metà dell’innovazione di questo primo episodio Grindhouse e se l’altrettanta metà di questi riuscisse ad esaltare lo spettatore almeno come la metà di questo film riesce a fare …

death proof poster

Grindhouse – Planet Terror

Dopo una lunga attesa ed un’estenuante rincorrersi di fake trailer ed immagini off set, il controverso progetto Grindhouse volge al suo denso epilogo di frattaglie, corpi maciullati e sangue ostentato con non curanza ed arguto compiacimento.

Dopo aver condotto con mano sicura intere orde di vampiri succhia – sangue sotto il sole accecante del mezzogiorno messicano ed aver trapiantato alieni parassiti in un placido college a stelle e strisce, Robert Rodriguez, bizzarro quanto geniale cineasta contemporaneo, torna a dirigere una pellicola violenta e cruda quanto basta per ricordarci che, in definitiva, l’horror è ancora capace di sbalordire e “disgustare” a dovere il pubblico (e non solo), reinventandosi come frontiera di sperimentazioni stilistiche e campo d’addestramento per nuove tecniche e soluzioni .

Tanto meglio se a farlo, poi, concorrono il gusto raffinato della citazione (cosa di cui si potrebbe parlare per ore) ed un ambiguo senso del grottesco più diretto e devastante, spaziando da un M4 trapiantato direttamente nella gamba destra di una gogo dancer con aspirazioni da cabarettista, ad una coppia di folli babysitter ninfomani con il culto del turpiloquio .

planet terror poster

Per non parlare di elicotteri che falciano “infetti”, pistoleri a bordo di minimoto rombanti lanciati contro intere orde antropofaghe grondanti pustole e pus, scienziati col pallino dell’evirazione testicolare, dottori ipocondriaci e psicotici sessuomani in divisa .

Oscenità e furore (non me ne vogliano i Sex Pistols) che si rincorrono come folli pretendenti al trono dell’esplicito e dell’azzardo, dell’eccesso, del mostrato senza remore né pedissequi impianti narrativi .

Forte di una storia diretta, scarnificata, libera da sottotesti culturali e sociali, Rodriguez può, infatti, mettere in scena la perfetta esaltazione di un certo cinema dell’orrore passato alla storia con l’etichetta quantomeno discutibile e riduttiva “di genere”, lontano miglia dai canoni tradizionali del mercato e dalle regole del multisala, ed a cui, egli stesso, con nostra somma delizia, ha riferito più volte di ispirarsi .

pulp fictionplanet terror quentin tarantino

Visivamente impeccabile, Planet Terror, i cui dialoghi surreali ricordano quel piccolo gioiello di Zombi 2, passando per l’Assalto al presidio di Carpenter, vanta un’impostazione finto – artigianale degna dei più grandi Fulci e Lenzi (che dire dell’Incubo sulla città contaminata?), meravigliosamente “nascosti” dietro la lirica follia che, come un insettoide dallo spazio profondo, nutre questa immensa pellicola, graffiata e sporca come impone la tradizione delle grindhouse.

Forse non sarà all’altezza del divino Quentin, né tanto meno disporrà del suo sconfinato campionario di sadismo e poetico citazionismo, ma ciò che realmente conta è l’abilità del cappellaio – messicano nel ricreare quell’atmosfera perversa e crudele che si respirava nei vecchi e gloriosi anfratti di Philadelphia, nelle stanze desolate della Wgon – Tv o tra le decomposte rovine di Dunwich, l’oscura Salem.

le iene

Non si può dire altro che “obiettivo raggiunto”, quindi, riuscendo addirittura ad aggiornare un discorso fermo ormai al 1988 di Zombie Flesh Eaters 2, nonostante in questi ultimi anni si siano succedute rivisitazioni più o meno pessime dello stereotipato non morto haitiano (ed il film di Snyder deve non poco all’opera di Mattei e Fragrasso).

Menzione d’onore, oltre che per un cast talmente ben assortito e complice da far sperare in un nuovissimo e macabro brat pack (in primis l’accoppiata Freddie Rodriguez – Rose McGowan), per il pluripremiato Greg Nicotero, direttore del make up ed autentico fenomeno nel devastare i corpi della sventurata Fergie e di sua maestà Tom Savini, qui nei panni di un distratto e sbadato vice sceriffo (godetevi la sequenza del suo sbranamento) .

Accompagnato da ritmi carpenteriani e da vaghe reminescenze figlie del Leone più cupo e tetro, Planet Terror, dunque, non può far altro che confermarsi come un vero e proprio portento visivo, come il sogno ad occhi aperti di quei (tanti) appassionati dello splatter e dell’exploitation dimenticati nelle loro cripte di fango e pietra, come la marcata estetizzazione dello zombie movie per eccellenza.

httpv://www.youtube.com/watch?v=V4AtsFoJCIo&feature=related

[Ringraziamo Stefano Ricci per il materiali inviato]