Speciale: La violenza nel cinema di Quentin Tarantino (prima parte)

Tanto tempo fa …tra poltroncine polverose e neon mal funzionanti, aldilà dello stesso concetto estetico di “pellicola”, uno sparuto gruppo di registi e scrittori,

interessati più all’estremizzazione visiva ed alla sperimentazione tecnica che all’art for art’s sake,

diede vita ad un cinema cupo e cinico, perverso ed estremo, lontano dalla natura di puro intrattenimento di cui, fino ad allora, la settima arte sembrava ammantarsi.

Niente sentimentalismi, niente metafore esistenzialiste o rimandi letterari: cannibalismo e sangue divennero i pilastri narrativi d’un genere presto relegato nell’oscurità delle sale di proiezione di periferia,

nei doppi spettacoli delle grindhouse americane e nelle etichette quantomeno emarginanti di “serie B”, “exploitation” o “paracinema”.

Katz, nella sua Enciclopedia, definisce l’exploitation stesso come un insieme di «film fatti con poca o addirittura alcuna attenzione alla qualità o al merito artistico, ma con un interesse mirante al guadagno veloce, di solito attraverso tecniche di pubblicità che enfatizzino qualche aspetto sensazionale del prodotto».

Nulla di più errato. Con la sua artigianalità e la sua passione, il suo mestiere e l’assenza di barriere artistiche, il cinema di serie B è riuscito, negli anni, ad abbattere tabù culturali retrogradi, a fornire ad un’arte sempre più fine a sé stessa un contraltare di puro positivismo, a dar vita ad icone e luoghi presto ripresi dalle grandi produzioni hollywoodiane.

Coraggio e sperimentazione si sono tramutati in imperativi professionali, l’abbattimento delle barriere reazionarie del sapere borghese è divenuto l’obiettivo fondante d’una avanguardia tanto anomala quanto spietata, feroce nell’inscenare – tramite l’utilizzo di arti smembrati e mostri dell’oltretomba – una satira sociale tanto graffiante quanto divertente.

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Tell your children!

Il 15 Gennaio del 1936 segna, senza dubbio, la nascita effettiva dell’oltre – cinema, con l’uscita nelle sale cinematografiche americane dell’allora sconvolgente Reefer Madness, diretto da Louis J. Gasnier, disturbante pellicola sui pericoli dell’abuso di cannabinoidi, a metà strada fra il documentario propagandistico e l’iperbolica esaltazione visiva dell’omicidio.

Tra stupri e dialoghi surreali, a ben vedere è un prodotto involontariamente ironico, spesso forzato, ma capace d’imprimere a fuoco nell’immaginario collettivo le situazioni e l’impianto stilistico d’un genere che troverà largo seguito solo negli anni ’70, quando i contesti dell’opera di Gasnier verranno riesumati, tramite La Fontana della Vergine di Bergman, dalle spasmodiche macchine da presa dei giovani Arne Vibenius e Gordon Lewis, vero e proprio padre anagrafico dello splatter.

quentin tarantino la fontana della vergine

L’ultimo mondo cannibale

Con l’apertura culturale massificata della seconda metà del ventesimo secolo, anche l’exploitation s’imprime di nuove derive narrative, legandosi da un lato alle problematiche sociali dominanti quel preciso istante storico e, dall’altro, ai moderni ritrovati delle tecniche degli effetti speciali

L’exploitation, così, si dipana in un oceano di sottogeneri e sottotesti, tramutandosi, di volta in volta, in blaxploitation in relazione alla questione afroamericana (Shaft è senza dubbio l’episodio più alto di questo filone), in sexploitation quando, invece, intendeva legarsi alla sessualità esibita del softcore o nel più sanguinolento ed anarchico splatter (quello di Blood Feast, per intenderci).

L’elemento di novità, tuttavia, quello che realmente aggiorna i registri tecnici del genere, è senza dubbio rappresentato dal cosiddetto shoxploitation, il cinema scioccante, di cui, registi italiani come Lenzi o Deodato, possono senza dubbio considerarsi padri fondatori.  Cannibalismo, zoofilia, necrofilia, evirazioni.

httpv://www.youtube.com/watch?v=zLueyV3Jbik

Unendo un’indubbia maestria registica con il gusto spassionato della provocazione, autori come Fridolinski (creatore dell’immenso Thriller, a più riprese citato nel capolavoro tarantiniano Kill Bill) e Sergio Martino, riuscirono a sconvolgere intere platee e, al contempo, ad attirare una schiera sempre più nutrita di appassionati e curiosi.

Capaci di esorcizzare le paure del proprio pubblico, costantemente bombardato dal terrore “reale” d’un mondo in disfacimento, dalla fobia d’una guerra combattuta nel proprio giardino di casa o dalla paranoia di  malattie sempre più aggressive, gli anni di Antropophagus, Cannibal Ferox o della Montagna del Dio Cannibale, costituiscono senza dubbio l’epoca d’oro dell’eccesso, del mostrato ad ogni costo, dell’impietosità dell’uomo nei confronti di se stesso.

la montagna del dio cannibalequentin tarantino shaft

Eldorado

Nel 1971, Sergio Leone, impegnato sul set dell’imponente Giù La Testa,  disse che “il cinema deve essere innanzitutto spettacolo … e lo spettacolo più bello è quello del mito”. Frontiera, eroi senza nome, sangue, onore. Vendette. Erano gli anni dello spaghetti – western, delle pianure abruzzesi travestite da deserti messicani con tanto di cactus e vecchi poncho confezionati fuori Roma; erano gli anni di Bob Robertson, Montgomery Wood, Leo Nichols e Lee B. Weaver .

Erano gli anni del nostro piccolo Eldorado tricolore: un paradiso domestico che all’occorrenza sapeva anche colorarsi di nero, di atmosfere cupe e stantie degne dei migliori milieu marsigliesi. Antri oscuri abitati da ladri, inganni, assassini e psicotici doppiogiochisti.

quentin tarantino sergio leone

Così, tra una Sentenze Di Morte ed una Trilogia Del Dollaro, grandi artigiani della pellicola come Di Leo e Deodato davano vita al poliziottesco, al cannibal movie, a Milano Trema : La Polizia Vuole Giustizia e a quel certo cinema slasher che tanta fortuna arrise ai giovani Hopper e Craven.

Oggi, a distanza di ormai più di trent’anni, in molti sembrano aver voluto tagliare i ponti con quell’eredità grandguignolesca, rinnegando la violenza di Cannibal Holocaust in favore di un certo intellettualismo (volutamente) ostentato che fa tanto moda, costume e bisogno sociale: non c’è più spazio per Ugo Piazza, Sartana o Tuco . Nessuna stella da sceriffo per Trinità e Bambino, nessun distintivo per il Commissario Tanzi.

Scivolato miseramente nel dimenticatoio pubblico delle trasmissioni notturne, il B – Movie all’italiana non ha mai smesso, però, di affascinare e fare scuola, di evolvere le proprie strutture fino ad approdare ad un così tanto vagheggiato ritorno all’onesta genuinità degli esordi, fino ad innalzare i suoi artefici a veri e propri eroi. Lenzi, Fulci, Bava, Margheriti, i fratelli Castiglioni, Freda, Salce, Massi, gli stessi Di Leo e Deodato.

kill bill

Eppure, non è tutto merito nostro … anzi, forse noi non abbiamo proprio fatto nulla, presi com’eravamo nel “dimenticare l’importanza di frequentare i generi per ripiegarci in un ghetto intimista”, come tempo fa disse il grande Pupi Avati .

È, difatti, nel più vasto e fruttuoso panorama a stelle e strisce che la nostra produzione di “serie B” ha trovato una nuova quanto prodigiosa rivalutazione (o rivitalizzazione?), innestandosi con arguta sapienza sui canoni e sugli stilemi del cinema di nicchia americano: dapprima con Ridley Scott ed il suo fortunato Alien (ricco di citazioni e rimandi al meno noto Terrore Nello Spazio, del nostro eccelso Mario Bava), poi con Tim Burton (il quale dice di ispirarsi in ogni sua inquadratura a Lenzi e a Bava), per concludere, infine, con i ben più blasonati Robert Rodriguez (progenitore del cosiddetto burrito – western) e Quentin Tarantino, il cui cinema, da Pulp Fiction fino a Kill Bill, passando per quel piccolo gioiellino di Jackie Brown, si è sempre nutrito della feroce ambiguità dei nostri “folli” innovatori.

[CONTINUA……]