Cos’è il flash trading

Introduzione

La commissione che provvede alla sovraintendenza delle borse negli Stati Uniti, la Security and Exchange Commission (Sec), ha proposto qualche tempo fa di vietare un certo tipo di compravendita dei titoli azionari, il cosiddetto flash trading: la speranza di molti è che si tratti del primo passo di una lunga serie di cambiamenti volti a migliorare le imprevedibili e dannose conseguenze che hanno portato alla creazione degli interessi nascosti che non intendono cedere terreno.

 

Il flash trading

Il trading elettronico americano, vale a dire il collegamento per via elettronica tra le varie borse e la compravendita di azioni realizzata da computer e non da persone fisiche, viene regolato da un’apposita direttiva (si tratta del Regulation National Market System) che viene appunto stilata dalla Sec. Questa specifica normativa ha comunque anche un equivalente molto simile in Europa, ovvero la direttiva Mifid (Markets in Financial Instruments Directive), che è stata assunta dall’authority britannica per i servizi finanziari. Quello che emerge è che ora quasi tutti gli istituti finanziari della Gran Bretagna e quelli europei hanno una presenza nelle borse statunitensi e ciò implica che la proposta americana di vietare il flash trading avrà un impatto non indifferente in tutto il mondo. Il flash trading sfrutta sostanzialmente una maglia larga nel meccanismo del trading, la quale è stata ideata per offrire un servizio ai mercati e quindi al pubblico. Per riuscire a comprendere questo vuoto e il modo in cui funziona il flash trading, è necessario conoscere almeno in parte il funzionamento delle borse, cioè della compravendita di titoli.

 

I guadagni delle borse

Le borse riescono a guadagnare in diversi modi. Il primo è la commissione che incassano da chiunque provvede a sottrarre liquidità alla borsa, ossia qualunque soggetto recepisca un’offerta di acquisto o di vendita in quella piazza. Inoltre, esse vendono l’informazione relativa alle azioni scambiate e al loro prezzo di riferimento. Di conseguenza, più rapida è la variazione del prezzo delle azioni e più diventa importante averne l’informazione. C’è anche da dire che le borse provvedono a cedere la possibilità di stare fisicamente nella borsa stessa in cambio di un corrispettivo, quando si tratta di una persona fisica o di un affitto quando si tratta del server di un determinato istituto finanziario. Una buona parte degli scambi nelle borse del mondo è poi costituita da operazioni che vengono eseguite sulla base di algoritmi matematici: se ad esempio si devono comprare 10.000 azioni di una certa società, si immette un ordine nel computer, il quale proprio grazie all’algoritmo andrà ad effettuare una ricerca accurata in decine di borse per individuare qual è il prezzo migliore, di solito all’interno di una fascia di prezzo preindicato (può essere, a titolo di esempio, tra i 20 e i 20,05 dollari).

 

I regolamenti delle borse

La maggior parte delle norme e delle leggi che regolano le borse hanno come obiettivo principale quello di garantire che l’informazione sia fornita in maniera ordinata perché questo, dopo tutto, è quello che rende più efficiente il mercato. Quando poi l’offerta di acquisto è stata trasmessa, qualunque soggetto ne sia interessato è in grado di vedere la proposta in maniera simultanea. Uno dei pochi casi in cui si è esentati dal rendere pubblica un’offerta di acquisto è quando si è un “market maker”, vale a dire un soggetto che si è impegnato legalmente a fare da controparte in una transazione di compravendita. Il market maker si impegna dunque ad assumere (in ogni caso e se dovesse essere necessario) il ruolo complementare in una transazione, ma il rischio legato a questo compito è contenuto, grazie soprattutto a una serie di formule, come quella sull’ultimo prezzo pagato per l’azione della quale il soggetto è appunto market maker. Questa eccezione esiste perché i market maker devono conoscere la quantità di capitale che è necessario tenere a disposizione quando nessun altro è disponibile a essere la controparte in una transazione di trading. Per tentare di eseguire una compravendita, un algoritmo divide in genere l’operazione in 100 o anche 500 scostamenti minimi del prezzo. Capire se un determinato ordine è stato immesso da un algoritmo è relativamente molto semplice: i flash trader, grazie al fatto che sono appunto dei market maker, possono immettere degli ordini che non sono tenuti a far vedere al mercato. In questo modo, quando i flash trader vanno a individuare delle serie di ordini di acquisto, provvedono a immettere delle serie di ordini di vendita che compaiono o scompaiono in un millesimo di secondo. Sempre riferendoci allo stesso esempio, i flash trader potrebbero partire offrendo l’azione a 20,10 dollari per poi abbassare di un cent alla volta il prezzo fino a che l’offerta di vendita non è stata accettata, per esempio a 20,05 dollari. A questo punto, i flash trader sono in grado di comprare le azioni richieste (che non possiedono) a 20 dollari e immediatamente dopo accettano l’ordine di acquisto a 20,05 dollari.

 

 

 

SIMONE RICCI

Borsa
  • Scrittore e Blogger
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