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i "caregivers" rischiano la perdita del lavoro
Chi assiste a tempo pieno un malato rischia la perdita del lavoro o la depressione, ormai secondo le statistiche oncologiche un italiano su tre vede intrecciarsi la sua vita affettiva e lavorativa con la grave malattia di un famigliare o di un amico, a cui deve garantire sostegno ed assistenza.
Sono circa due milioni e 200mila i malati di tumore in Italia e oltre 400mila i nuovi casi registrati ogni anno e chi li assiste può avere problemi anche con il lavoro e spesso i famigliari di malati chiedono di poter usufruire del congedo straordinario familiare biennale retribuito. Molti, però, a sentire il servizio legale dell'Aimac vengono licenziati.
Secondo lo psicologo i "caregivers" sono come spugne, assorbono tutto e spesso non si confidano e non parlano con altri famigliari, amici e colleghi.
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23-05-2011 18: 06 Annunci Google
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E' una cosa assolutamente ingiusta che queste persone oltre alla grande pressione psicologica di supportare un ammalato di tumore, magari terminale, debbano anche subire la beffa della perdita del lavoro.
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Il termine anglosassone "caregiver" sta prendendo piede in modo un po' improprio nel nostro contesto italiano , per indicare genericamente una persona che si prende cura di un'altra persona malata; spesso si sente usare questo termine nell'ambito delle malattie croniche-degenerative e tumorali.
Il caregiver non si identifica di fatto con chi si occupa a tempo pieno di assistenza sanitaria o sociale (medico, infermiere, operatore socio sanitario, assistente sociale ecc.) ma può essere un parente, un amico, un familiare che dedica parte del suo tempo all'aiuto della persona malata. Trovandosi a gestire i vari e delicati risvolti emotivi, è indubbiamente vero che il caregiver fa fronte ad un carico di stress psicologico non indifferente; che questo poi si traduca in problemi importanti nella gestione dell'attività lavorativa principale - nonostante io stessa abbia sentito a volte casi di questo genere - credo sia dovuto più alle capacità caratteriali ed emotive della singola persona. Chi da amico o parente si presta come caregiver lo fa teoricamente provando a fare del suo meglio, senza aver ricevuto una formazione adeguata in merito a psicologia e relazione d'aiuto e di cura (a parte che in alcuni casi, è evidente che per alcuni operatori sanitari non basti essere adeguatamente formati in questo senso per occuparsi al meglio di questo aspetto del lavoro, ma questo è un altro discorso); credo si dovrebbe tenere conto di questo per dare la giusta importanza a questa figura, senza permettere che venga intaccato ciò che riguarda l'attività principale.
Barman, sei pinte di birra e presto, il mondo sta per finire. Tieni il resto, hai dieci minuti circa per spenderli! Io sono una fan di DrJ!
Fondatrice del Club delle Donne Superiori

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vede intrecciarsi la sua vita affettiva e lavorativa con la grave malattia di un famigliare o di un amico, a cui deve garantire sostegno ed assistenza.
mi sembrava di averlo detto poichè lo stato è assente ci sono i "caregivers" altrimenti non potrebbero per due anni allontanarsi dal lavoro, mantenendo lo stipendio, questo è sicuramente, infine una legge utile ma che va a coprire carenze che non dovrebbero esserci.
Solo per dare un idea dei disservizi, nel caso di mio padre non ci hanno dato l'accompagno, in quanto secondo loro non era terminale, stranamente però è morto, stiamo in causa, però, quello che è giusto è giusto.
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Io ho scelto la sospensione dal lavoro per assistere una persona a me molto cara in ospedale.
Sono stata assente dal lavoro per tre mesi e non ho ritenuto giusto che fosse il mio datore di lavoro a doverci rimettere per problemi inerenti alla mia vita privata.
Il mio datore di lavoro mi ha "tenuto" il posto e quando me la sono sentita, sono rientrata in azienda occupando il ruolo che ho sempre avuto.
Lo stato non mi riconosceva nulla in quanto la malattia dell'assistito non era conosciuta..
Condivido in pieno che assistere una persona malata sia psicologicamente autodistruggente.
Per me è stato così.. Oltre anche a riscontri in malanni fisici ed uno me lo portero' con me tutta la vita. Ma penso che chiunque abbia un padre od una madre malata, non si ponga nessuna domanda. Si ha proprio la necessità di stare quanto più vicino alla persona malata. Il non farlo penso che porterebbe danni ancora piu' grossi ..
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Sono d'accordo con Alis, io ho fatto un'altra scelta, perchè eravamo in tanti a gestire la malattia di mio padre e perchè ho uno stupido senso del dovere, avrei potuto prendermi dei permessi e stargli più vicino, ora me ne pento
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