Risultati da 1 a 1 di 1

Discussione: opinione completa di ulisse

  1. #1
    Utente Leggenda
    Points: 23,311, Level: 22
    Level completed: 12%, Points required for next Level: 1,939
    Overall activity: 23.0%
    Achievements:
    SocialYour first GroupRecommendation Second ClassVeteranCreated Album pictures
    L'avatar di EnemY
    Data Registrazione
    Feb 2008
    Genere
    Maschio
    Località
    Reggio Emilia
    Messaggi
    2,264
    Punteggio
    23,311
    Livello
    22
    Credits
    77,437
    Depositati
    0
    Ringraziamenti
    0
    Ringraziato 0 Volte in 0 Post
    Inserzioni Blog
    15

    Thumbs up opinione completa di ulisse

    Nell’immaginario collettivo esiste, all’interno del variegato mondo della letteratura, una dimensione remota e quasi irraggiungibile dentro la quale sono confinate tutte quelle opere dell’ingegno umano che o per la mole spropositata, o per la difficoltà dei temi trattati, o per la scarsa leggibilità (dovuta ad un linguaggio elaborato, ostico ed antiquato) solo in pochi riescono ad affrontare “a muso duro”, senza farsi scoraggiare dai primi insuccessi e, soprattutto, senza farsi travolgere dalla noia. All’interno di questo poco frequentato universo, “Ulisse” di James Joyce si è sicuramente guadagnato nel corso degli anni un posto d’onore.
    Esso infatti racchiude in un’unica opera tutto ciò che un comune lettore non vorrebbe mai trovarsi fra le mani: è un libro dalle dimensioni esagerate (18 capitoli per un totale di 740 pagine, scritte in caratteri molto, molto piccoli!), tratta di temi alquanto complessi e che richiedono particolare riflessione ed approfondimento quali l’emancipazione intellettuale, la filosofia, la questione irlandese, l’antisemitismo (e chi più ne ha più ne metta) e, soprattutto, è scritto in un linguaggio che, per via della sua complessità e varietà di stili, lascia allibito persino il più veterano dei lettori.
    Nonostante ciò, o forse proprio in virtù di questa estrema complessità, “Ulisse” attrae inesorabilmente da decenni tutti coloro che sono stanchi della convenzionalità che purtroppo infesta molte delle opere attualmente in circolazione. Una cosa è certa: una volta usciti (possibilmente vivi!) dalla lettura di quello che può essere a tutti gli effetti definito l’anti-romanzo per antonomasia, non si guarda più un libro nella stessa maniera...

    E’ il 16 Giugno 1904, un giovedì come tanti altri a Dublino, e in un intervallo di tempo di appena 18 ore (dalle 8 del mattino alle 2 di notte) ci è possibile seguire i protagonisti dell’opera mentre svolgono le loro azioni quotidiane: Stephen Dedalus, artista dalle grandi aspirazioni, si sveglia e va alla scuola privata nella quale insegna, per poi vagabondare per la città apparentemente senza meta; Leopold Bloom, agente pubblicitario ebreo dalle origini magiare, dopo aver preparato la colazione esce di casa, fa un bagno, va a un funerale, poi al giornale per il quale lavora, poi a pranzo e così via fino alla fine della giornata; Molly Bloom, moglie di Leopold e cantante lirica in declino, addirittura non si muove di casa, restando in attesa della visita del suo impresario-amante.
    La trama, come si può constatare, non rappresenta niente di particolarmente originale, e sicuramente non tale da giustificare l’immensa mole dell’opera; in realtà tali insignificanti avvenimenti sono solamente un pretesto per Joyce, un mezzo che gli fornisce la possibilità di riportare minuziosamente ed estesamente i milioni di pensieri (a volte profondi, a volte senza senso, a volte superficiali e futili) che turbinano nella mente dei protagonisti durante le loro usuali occupazioni: sono proprio tali riflessioni interiori ad inondare le pagine del libro, sommergendo il lettore all’interno dell’immenso oceano del subconscio.
    Ma la peculiarità di “Ulisse” va ben oltre: tutti i romanzi di ogni genere ed epoca hanno da sempre descritto, più o meno estesamente, i moti interiori dei protagonisti e i discorsi che rivolgono a sé stessi a giustificazione delle loro azioni; solamente in “Ulisse”, però, pensiero ed azione sono esattamente sullo stesso piano e perfettamente fusi insieme, senza linee di demarcazione dal punto di vista narrativo, per costituire un unico, immenso e delirante universo di percezioni psico-fisiche: in pratica, non si capisce se una persona stia parlando o pensando, e spesso non si ha neppure la minima idea di chi stia parlando o addirittura di quali siano i protagonisti di un capitolo!
    Se a questo si aggiunge il fatto che Joyce si diverte a cambiare narratore e registro linguistico in ogni capitolo (o addirittura in ogni paragrafo), sovrapponendo alle molteplici voci dei personaggi altrettante sconclusionate prospettive narrative, non è certo difficile rendersi conto del perché molti lettori desistano ancor prima di cominciare, disorientati dal turbinio di frasi apparentemente senza senso che li investono già dalla prima pagina.

    In realtà è proprio questa rottura netta e definitiva con le trite convenzioni letterarie del passato che conferisce all’opera un valore inestimabile: solo facendo tabula rasa di regole codificate da secoli lo scrittore ha finalmente costruito qualcosa di realmente propositivo.
    Joyce è stato infatti il primo ad avere il coraggio di “uccidere” senza alcuna pietà il tradizionale e rassicurante narratore onnisciente, presenza da sempre molto importante ai fini della comprensione degli eventi, ma contemporaneamente in grado di inquinare le pagine esprimendo giudizi personali, sostituendosi quasi alla coscienza del lettore: in “Ulisse” il fluire dei pensieri dei protagonisti è invece rappresentato senza alcuna intermediazione, come se si avesse l’opportunità di guardare direttamente all’interno della loro mente, in modo tale da garantire il massimo dell’oggettività e far sì che il pubblico possa costruirsi realmente una propria idea sui personaggi. Ciò rappresenta senza dubbio un vero e proprio shock per chi decide di intraprendere per la prima volta la lettura del libro, in quanto si trova inaspettatamente disorientato ed “impaurito” dalla mancanza di una guida: è solo, direttamente a contatto con i pensieri dei protagonisti, senza nessun tipo di filtro; la mente ed il subconscio diventano quindi l’unica realtà con una consistenza effettiva e quasi tangibile, ma allo stesso tempo estremamente mutabile, sfuggente ed informe, in quanto priva degli argini della mediazione letteraria.
    Il diciottesimo capitolo è sicuramente l’esempio più calzante (e più celebre) di questa nuova maniera di scrivere: in ben 43 pagine sono riportati i pensieri notturni di Molly Bloom senza nessun tipo di intervento del narratore e, soprattutto, senza neanche un segno di punteggiatura (in effetti quando pensiamo non mettiamo mica le virgole!), dando origine al primo vero “flusso di coscienza” della letteratura mondiale.
    Ma Joyce ha ideato un altro modo per stupire ulteriormente il suo pubblico: se in alcuni capitoli, come si è visto, il lettore è lasciato da solo in balia del subconscio, in altri il numero delle possibili voci narranti è invece moltiplicato e portato all’estremo; si tratta però di narratori assolutamente ridicoli ed inaffidabili, che amplificano i dubbi, invece che diradarli. Se per molti ciò rappresenta una ragione sufficiente per abbandonare senza rimorsi la lettura, per coloro che nonostante tutto resistono stoicamente al trauma la moltiplicazione delle prospettive narrative è in grado di riservare immensi piaceri e soddisfazioni. Quando mai, infatti, un romanzo ci fa passare “di mano in mano” da un narratore ad un altro senza preavviso ed in maniera spesso brusca, ma che con il trascorrere delle pagine diventa anche inesorabilmente divertente?
    Numerosi sono i personaggi che Joyce ha scelto per raccontare gli accadimenti del libro e con i quali il lettore si trova inevitabilmente (e soprattutto suo malgrado!) ad avere a che fare: si rimbalza da un vecchio e rozzo nazionalista all’interno di un pub (che non si astiene certo dall’infarcire il suo discorso con volgarità, turpiloquio ed espressioni dialettali) ad una narratrice da romanzetto di consumo (sdolcinata fino all’inverosimile, che tedia il lettore con le sue esternazioni banali e melense), passando per alcuni anonimi personaggi che si divertono a parodiare numerosi stili letterari del passato, mescolandoli tra loro in maniera schizofrenicamente compiaciuta (il quattordicesimo capitolo è emblematico in questo senso).
    “Ulisse” non è solo il romanzo dell’oggettività portata all’estremo, ma è anche il suo opposto: spostando la narrazione nel campo del subconscio, infatti, Joyce distrugge ogni riferimento temporale e spaziale e crea un universo nel quale niente è come sembra e tutto è relativo (ad Albert Einstein, che in quegli stessi anni stava formulando le sue teorie sulla Relatività Ristretta e sulla Relatività Generale, devono essere fischiate le orecchie un bel po’!). Proprio come insegna il genio della Fisica, nell’opera di Joyce gli spazi si contraggono (l’azione è limitata solo ad alcuni quartieri di Dublino) ed i tempi si dilatano (la finestra di 18 ore che si apre davanti agli occhi del lettore sembra un’eternità): non si era mai visto niente del genere! Le unità aristoteliche di tempo, luogo ed azione sono finite finalmente in soffitta… E c’è da dire che Joyce non si esime di certo dal complicare la vita del suo pubblico, frammentando spesso il filo logico della narrazione ed esasperando la soggettività delle percezioni: ad esempio, il settimo capitolo (nel quale Leopold Bloom è al giornale) si presenta inaspettatamente diviso in 63 piccoli brani (appunto come i trafiletti di un giornale) che non permettono di ravvisare uno svolgersi degli eventi coerente e lineare; il decimo capitolo è invece articolato in 19 capitoletti, ciascuno dei quali descrive un avvenimento dal punto di vista di un protagonista differente: in questo modo si hanno 19 visioni simultanee ma parziali dello stesso evento, e sta solamente al lettore ricombinarle tra loro per dare origine ad una scena completa ed organica.

    Facendo sua la grande esperienza decadente, lo scrittore compie poi un ulteriore passo avanti: oltre che ad essere inafferrabile, volubile, esasperatamente soggettivo, l’universo di “Ulisse” è anche sovraccarico di simbolismi, analogie, riferimenti, citazioni (spesso non ancora del tutto chiari neanche agli esperti). La realtà che si dispiega di fronte al lettore diventa quindi duplice, in quanto gesti, parole ed oggetti hanno un loro corrispettivo in un mondo parallelo, quasi trascendentale: sotto questa nuova prospettiva, le peregrinazioni dei personaggi per le strade di Dublino sono assimilabili ad una moderna Odissea, dove Telemaco (Stephen Dedalus) è alla disperata ricerca di un padre, ed Ulisse (Leopold Bloom) anela costantemente a ritrovare l’amore di Penelope (Molly Bloom) e del figlio perduto. Come se non bastasse, ogni capitolo è perfettamente sovrapponibile, in quanto a tematica, al corrispondente canto dell’ ”Odissea” di Omero (a questo proposito Joyce ha lasciato degli schemi che permettono di chiarire almeno in parte tali analogie).
    Un altro tassello utile per comporre il multiforme mosaico di “Ulisse” è il realismo esasperato, anche esso una novità assoluta per l’epoca: siamo infatti lontani anni luce dai romanzi di Emile Zola, inquinati da un superbo autocompiacimento e da un’attrazione malamente repressa verso l’orrido, il “malato”, il truculento.
    Joyce ha compiuto il miracolo di rappresentare tutti gli aspetti dell’esistenza, dal più banale, triviale (e persino blasfemo) al più sublime con estrema naturalezza, senza esprimere alcun giudizio personale e, soprattutto, senza esternare disgusto o disprezzo: che vadano al bagno o che discutano di letteratura, che si puliscano il naso con le dita o che ricerchino la loro indipendenza intellettuale, che abbiano fantasie sessuali o che siano impegnati in dissertazioni filosofiche, i personaggi di “Ulisse” non vengono mai giudicati, né tantomeno disprezzati o compatiti… Considerando che il romanzo è stato scritto quasi 100 anni fa (dal 1914 al 1922) si tratta davvero di una grande innovazione!
    Nell’ambito del realismo esasperato rientra anche l’attenzione maniacale che Joyce riserva alla descrizione minuziosa di strade e quartieri di Dublino; i luoghi rappresentati non sono fittizi, bensì reali e tuttora esistenti: in questo modo i pochi eventi riportati sono ancorati inesorabilmente alla realtà e contribuiscono ad aumentare il fascino immortale dell’opera.

    Non c’è da meravigliarsi che, a causa del realismo sfrontato e noncurante del comune senso del pudore, i “benpensanti” dell’epoca abbiano osteggiato la pubblicazione del romanzo con tutte le loro forze, accusandolo di oscenità e pornografia: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati addirittura intentati processi contro il libro, ma (fortunatamente!) senza risultato. Ed in Italia il destino dell’opera è stato ancora peggiore: dapprima l’oscurantismo fascista, poi i rigidi limiti della censura del dopoguerra hanno fatto sì che la pubblicazione del romanzo nel resto del mondo passasse quasi sotto silenzio e che “Ulisse” nella versione italiana tradotta da Giulio de Angelis vedesse la luce solo nel 1960, con “solamente” 40 anni di ritardo! (Certo che ci facciamo sempre riconoscere...). Consoliamoci con il fatto che nella cattolicissima Irlanda, madrepatria di Joyce e luogo prescelto per l’ambientazione del romanzo, la prima pubblicazione risale addirittura al 1966!
    E’ inutile ribadire che la lettura di “Ulisse” richiede impegno, attenzione e concentrazione: è molto facile perdere il filo del discorso, oppure non trovarlo per niente... A questo proposito è bene precisare che chi si appresta ad affrontare un “mattone” del genere per la prima volta lo fa non tanto pretendendo di capire ogni singola pagina ed ogni più sottile analogia o metafora, bensì cercando si comprenderne l’architettura generale ed i temi fondamentali: altri aspetti più particolari possono essere approfonditi in seguito, magari concentrandosi su un capitolo che si è ritenuto particolarmente interessante. In sintesi, è inutile sforzarsi per capire dei passaggi che sono oscuri anche a studiosi di fama mondiale! Anzi, sarebbe opportuno soprassedere su capitoli assolutamente improponibili come il terzo o il quindicesimo (che è lungo 162 pagine ed è infarcito di visioni senza alcun senso apparente, al limite del paranoico)…
    Ad ogni modo, come gesto di misericordia per chi decide di intraprendere un’impresa così “titanica”, assieme al romanzo viene generalmente fornita una Guida alla Lettura (di 280 pagine!) nella quale, per ogni capitolo, è possibile trovare un riassunto con indicazioni riguardanti tematica, stile e temi trattati e delle note esplicative per i numerosi termini sconosciuti che si possono incontrare: ai fini di una maggiore facilità di lettura sarebbe quindi opportuna una consultazione simultanea di romanzo e guida.

    Verrebbe infine da chiedersi: perché perdere tempo ed energie dietro ad un libro del quale si è inevitabilmente destinati a capire ben poco? Proverò ad elencare alcune ragioni che ritengo abbastanza valide:
    • Per cultura personale: si tratta di un romanzo famosissimo, pietra miliare della storia della letteratura mondiale, e sarebbe quindi opportuno averne per lo meno una minima conoscenza;
    • Per esplorare nuovi orizzonti narrativi: lo stile di Joyce è così unico ed inimitabile che vale la pena di farne esperienza diretta tramite la lettura del suo massimo capolavoro;
    • Per sfida personale (che rappresenta l’attrattiva maggiore!): “Ulisse” mette fortemente alla prova la pazienza e la capacità di concentrazione, e rappresenta quindi una sorta di “esame” per il sistema nervoso, una verifica che vale la pena di essere sostenuta e, soprattutto, superata!


    fonte http://www.ciao.it/Ulisse_Joyce_J__Opinione_744319
    Ultima modifica di themonster; 29-02-2008 alle 18: 29

  2. Annunci Google
    ATuttoNet Sponsor
     

Tag per Questa Discussione

Segnalibri

Segnalibri

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •